Alla stregua dei libri oracolo, pensati per rispondere a una precisa domanda cui il lettore sta pensando quando li apre a una pagina qualsiasi, il volume Oracolo manuale per poete e poeti (Sonzogno) di Giulio Mozzi e Laura Pugno, illustrato da Sebastian Kudas, si presenta al pubblico come un oracolo e un manuale di poesia, fatto per essere consultato da poete e poeti alle prese con la scrittura in versi.

Oracolo manuale per poete e poeti giulio mozzi laura pugno

Si tratta di un libro a quattro mani: è scritto da Giulio Mozzi (1960) autore di raccolte di racconti come La felicità terrena (Einaudi), che gli valse un posto nella cinquina del Premio Strega nel 1996, curatore editoriale e scout letterario, autore anche dell’Oracolo manuale per scrittrici e scrittori (Sonzogno, 2018), che si rivolge nuovamente ad aspiranti scrittrici e scrittori, questa volta di poesia, affiancato da Laura Pugno (1970), poetessa a sua volta, romana, autrice anche di saggi, testi teatrali e romanzi, quale La ragazza selvaggia (Marsilio), giunto in cinquina al premio Campiello, e traduttrice letteraria dal francese e dall’inglese, oltre che direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Madrid.

Finemente curato nella veste grafica e illustrato dall’artista polacco Sebastian Kudas (1978), scenografo e assistente alla regia per spettacoli teatrali, l’Oracolo manuale per poete e poeti mira a togliere dall’imbarazzo chi si trova momentaneamente in arresto davanti alla pagina bianca: che si tratti di uno dei famigerati blocchi degli scrittori, di un momentaneo calo della vena creativa o del bisogno di aiuto per trovare l’ispirazione, il volume può essere impugnato con una precisa domanda in mente e poi aperto per trovarvi risposta, consultato come un vero e proprio oracolo; oppure, senza bisogno di soddisfare alcuna difficoltà, può essere letto dalla prima all’ultima pagina, con ordine, come un vero e proprio manuale di poesia.

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Dalle difficoltà linguistiche a quelle metriche, dall’io lirico all’uso di immagini fino al significato e al ruolo della Poesia, il libro affronta tutte le questioni legate alla scrittura in versi, le più concrete e le più astratte, offrendo conforto alla sua autrice o autore, che possono trovare tra le sue pagine consigli  e spunti, insieme ai versi tratti dai grandi poeti che li hanno preceduti.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it un estratto dal volume: 

Cosa ti dice il corpo?

Reagiamo alla bellezza col corpo, non solo con la mente. Con l’uni­tà che sono (che siamo).

«Già ero in una sorta di estasi, per il fatto di essere a Firenze e per la vicinanza dei grand’uomini dei quali avevo appena viste le tombe. Assorbito nella contemplazione della bellezza sublime, la vedevo da vicino, per così dire la toccavo. Ero arri­vato a quel punto dell’emozione in cui le sensazioni celesti date dalla bellezza artistica incontrano i più appassionati sen­timenti. Uscendo da Santa Croce avevo il cuore che batteva forte, sentivo la vita che mi sfuggiva, temevo da un momento all’altro di cadere a terra.» Così racconta Stendhal, nel libro Roma Napoli e Firenze. E per questa ragione si chiama “sindro­me di Stendhal” una (citiamo Wikipedia, la medicina non è il nostro mestiere) «affezione psicosomatica che provoca tachi­cardia, capogiri, vertigini, confusione e allucinazione in sog­getti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellez­za, specialmente se sono localizzate in spazi limitati». E tu, il tuo corpo, tu che sei mente e corpo, come reagisci alla bellez­za? E, in ciò che scrivi, come parla il tuo corpo?

Qual è la tua ossessione?

La poesia è un dispositivo ricorsivo, anche nel verso libero, anche in assenza di rima: quali cose rispondono, quali risuonano le une con le altre? Dov’è l’ossessione? Dov’è l’effetto incantatorio? Cosa fa sì che tu possa imparare questa poesia a memoria?

Da Genova, di Dino Campana (dove il ricordare, come scrisse Edoardo Sanguineti, non è «mera registrazione», ma prepara a uno «stacco verso un’apparizione»):

[…] Quando,
Melodiosamente
D’alto sale, il vento come bianca finse una visione di grazia
Come dalla vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Dentro il vico marino in alto sale…
Dentro il vico ché rosse in alto sale
Marino l’ali rosse dei fanali
Rabescavano l’ombra illanguidita…
Che nel vico marino, in alto sale
Che bianca e lieve e querula salì! […]

Costruisci sezioni.

L’uno è sempre molteplice. L’intero è sempre fatto di parti. Allo stesso tempo, non lo è. Ogni parte presenta tutte le caratteristiche dell’intero. Ogni molteplice è un uno. Il gioco è questo.

Prendi per esempio i libri di Eugenio Montale, e leggi gli indici. Ossi di seppia è diviso in sezioni e sottosezioni, ciascuna con un proprio titolo (e una si chiama appunto Ossi di seppia). Le occasioni è diviso in quattro parti numerate, una sola delle quali reca un titolo. La bufera e altro in sette parti numerate e titolate. Satura contiene due sezioni di Xenia, due di Satura, e si conclude con una sezione intitolata Dopo una fuga. Diario del ’71 e del ’72 è divi­so in due parti, una per anno; e Quaderno di quattro anni non presenta divisioni. Naturalmente, per capire a fondo i perché di tanto diverse ed elaborate articolazioni, poi ti toccherà leggere anche le poesie. Ma attenzione: la presenza di sezioni e partizio­ni non pregiudica l’unità dell’opera; contribuisce piuttosto a co­struirla. Lo stesso Montale dichiarò, nel 1966: «La mia poesia va letta insieme, come una poesia sola. Non voglio fare il paragone con la Divina Commedia, ma i miei tre libri [allora ne aveva pub­blicati solo tre] li considero come tre cantiche, tre fasi di una vita umana»; e nel 1977: «Ho scritto un solo libro, di cui prima ho dato il recto, ora do il verso» [il «recto» era costituito da Ossi, Occasioni, Bufera e Satura; il «verso» dal Diario e dal Quaderno].

Traduci una tua poesia in un’immagine.

Un disegno, una fotografia, un acquarello, un collage…

Siamo abituati – dalla storia dell’arte, dalla critica d’arte – a fare il contrario, tradurre l’immagine in scrittura, ma non vi­ceversa, o non molto spesso. Eppure, viviamo – si dice – in una società dell’immagine, e la capacità di muoversi fluida­mente tra questi due mondi, immagine e parola, è più che mai necessaria. Allo stesso tempo, tradurre una forma d’arte in un’altra implica ridurla agli elementi essenziali, scomporla in nuclei trasportabili, capire i suoi meccanismi, tenendo pre­sente che nessuna traduzione, soprattutto in poesia, è una co­pia perfetta dell’originale: qualcosa viene sempre acquistato, qualcosa va sempre perduto, qualcosa sempre resta.

Da’ un nome.

A ciò che non ha nome.

«Beatrice tutta ne l’etterne rote / fissa con li occhi stava; e io in lei / le luci fissi, di là sù rimote. / Nel suo aspetto tal dentro mi fei, / qual si fé Glauco nel gustar de l’erba / che ’l fé consorto in mar de li altri dèi. / Trasumanar significar per verba / non si poria; però l’essemplo basti / a cui esperïenza grazia serba.» Dante, canto I del Paradiso. «Beatrice rivolse lo sguardo alle orbite celesti, e io a lei; e nel guardarla mi trasformai interior­mente come Glauco quando mangiò l’erba magica che lo tra­sformò in una divinità marina. Non è possibile dire a parole che cosa sia il superare la nostra natura umana; l’esempio mitologico basterà a chi abbia ricevuto la grazia di provare questa trasformazione.» Chi è dunque la tua Beatrice (o il tuo Glauco)? Attraverso quale esperienza accaduta nella tua vita puoi arrivare a nominare – o almeno ad alludere a – qualcosa che è inesprimibile?

(Continua in libreria…)

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