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“L’ottava vita”, la storia corre su un filo rosso sangue

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Sono rossi di sangue, gli anni del Secolo Breve, gli anni dell’Armata Rossa. Tutto il Novecento corre in un fiume rosso sangue, tra le mille e più pagine de L’ottava vita, monumentale romanzo storico di Nino Haratischwili, trentenne autrice georgiana naturalizzata tedesca, più che giustamente insignita di premi su premi.

Da Tblisi a Berlino, andata e ritorno, la saga familiare appena uscita per Marsilio, con l’ottima traduzione di Giovanna Agabio, è il libro dell’anno secondo Der Spiegel, e la sua autrice è già in long list per il Man Booker Prize.

L’Ottava vita Nino Haratischwili

C’è un incantesimo che lega le donne della famiglia Jashi, nella Georgia che fu la Colchide della maga Medea. Un incantesimo o una superstizione: qualcosa di irresistibile che rende la ricetta segreta della cioccolata calda di famiglia un filtro irresistibile e pericolosissimo: così sono le più di mille pagine di questo libro poderoso e incredibile. Rapiscono con la seduzione di un amante, e vi trovate a farvi rubare il sonno, incapaci di chiudere finché non sarà finito.

Se Tolstoj e García Márquez avessero avuto una figlia, è stato scritto su Lire, avrebbe scritto questo romanzo qui. Ed è vero. Accidenti, se è vero. L’impressione che la prima parte del testo lascia è quella di aver incontrato il nuovo grande romanzo russo, alto e profondo insieme: certo non vuole avere la valenza filosofica dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, ma mantiene la poderosa portata storica e antropologia della tradizione russa, quello sì. E per certi versi non è lontano nemmeno dalle grandi saghe familiari sudamericane, con i clan che attraversano i decenni, con le tracce di magia, e con l’eredità tutta femminile che si dipana tra le pagine e le stanze, come nella Casa degli spiriti della Allende.

Sono donne, scritte da una donna, le protagoniste delle otto vite che si inseguono e si intrecciano, sebbene non manchi il capitolo dedicato a un uomo della famiglia, che certo anche lui ha avuto amori, donne, e figlie. Sono donne: Stasia, nata nel 1900, inaugura la saga, e Brilka, nata nel 1993, scappando e perdendosi costringe sua zia Niza a ripercorrere ogni passo della storia di tutte, per restituirle la sua. 

E qui sta il primo elemento di vera furbizia del testo: gli anni descritti sono quelli della storia, ma il punto di vista del narratore, salta all’occhio, è quello di una donna, e una donna contemporanea. Le donne che racconta sono tagliate e cucite da mano femminile, i loro pensieri sono pensieri di donne libere, calati in un tempo e in un luogo dove la libertà veniva negata per legge tout court – terribili, terribili le lunghe e crude pagine sulle violenze della dittatura comunista – e vieppiù alle donne. Femminile è la voce narrante, una delle otto vite, una vita in fuga da tutto, specie da sé. E femminile è il personaggio che di questo diluvio di parole e di vite è destinatario, Brilka, l’ultima femmina di una stirpe femminile, la cui vita non si può narrare, né si può capire, senza prima mettere insieme il filo che la unisce a tutte le altre. Non c’era, nella Russia Sovietica, un concetto di patriarcato, non c’era un’idea di femminismo: eppure eccoli che si fanno strada tra le pagine, i principi di questa istanza così contemporanea, ecco che viene gridata senza parole l’ingiustizia dell’imposizione di un matrimonio, della violenza di uno stupro, della minorità di una donna, dell’abominio di un aborto usato come arma di guerra. Donne che evidentemente non sanno scegliersi gli uomini, le Jashi, ma che amano e sbagliano, che cadono e stillano sangue, che costruiscono vita crescendo figli.

Queste novelle Anne Karenine combattono per se stesse attraversando un continente e un secolo – il Secolo Breve, ma breve davvero, esploso nello sparo di due guerre mondiali, e una Rivoluzione d’Ottobre. Sovversione al patriarcato innestata dentro la rivoluzione permanente che destituì gli Zar. E poi, complice la terra, la magia. Che nasce magia, ma si stratifica come superstizione, pervade di sé tutte le storie e tutta la storia, appare invincibile proprio come lo spirito del Comunismo finché, appunto, il Muro non cade.

L’aurea Colchide è infatti la Georgia di Stalin e degli Jashi, misteriosa terra della misteriosissima Medea, la donna più forte e più terribile della mitologia greca, quella che “insegnò l’amore alla Grecia”. Ma non si tratta d’amore, o meglio non solo: è ovvio che si tratti d’amore, si tratta sempre d’amore, tutto l’universo non obbedisce ad altro (Battiato docet).

Ma c’è di più: c’è la seduzione del potere, l’atrocità della dittatura, la libertà, che va conquistata a morsi. L’ambientazione è storica, impeccabilmente rispondente alla realtà dei fatti, tanto puntigliosa da costringere alla ricerca il lettore, per trovare appigli nei proprio ricordi di scuola, anche se perdersi tra gli anni, le battaglie e i generali è impossibile: se anche dovesse mancare la conoscenza storica, la costruzione del romanzo è tanto solida da poter essere compresa come se fosse pura invenzione. Ma invenzione non è, è la Storia, lo spettacolo cui si assiste, la storia ferocissima e crudele di un potere che si impone con la forza decapitando – letteralmente e fisicamente – chi il potere lo aveva prima. È la storia terribile e meschina di uomini crudeli animati da un’ambizione spietata e insensata, uomini che sono stati, uomini che ricordiamo, uomini veri. Stalin, Lenin, Krusciov. Non sono nomi, non serve farli: la prima volta che leggerete il nome di Stalin avrete già superato la duecentesima pagina, eppure lo avevate già incontrato, e sapevate da subito che era lui. Lo capite dal ritratto, fisico e morale, che l’autrice tratteggia, lo capite dal senso di sgomento e di assoggettamento senza scampo che produce sui personaggi che incontra. Lo capite perché non riuscirete a distinguerlo dalle invenzioni letterarie, e inizierete a domandarvi se anche tutti quei nomi, quelle persone che incontrate nelle pagine, tutti i protagonisti della saga della famiglia Jashi, non siano esistiti davvero, non li abbiano incontrati davvero i Piccoli Grandi Uomini che hanno voluto scrivere la Storia con un pennino intinto nel sangue.

Come in Game of Thrones è fortemente sconsigliato nella lettura affezionarsi troppo a un personaggio, perché la violenza fa parte del gioco, e il gioco è la guerra: perdere è morire. Nessuna crudezza è risparmiata, la Haratischwili sa costruirlo molto bene, il terrore della dittatura, il ricordo plumbeo e mortifero degli anni in cui la propaganda sorvegliava le menti e mangiava le libertà, gli anni in cui solo il Partito aveva diritto alla vita, e tutte le vite – ed erano tante, le anime dell’Unione Sovietica – non valevano la pallottola usata per metterle a tacere. Anni di soprusi e di verità sovvertite – la Pravda, la Siberia, i Gulag. Anni di folle, insensato, dolore. Costruito con una trama fittissima e intricata come un bosco selvatico, ma solida e stabile, compatta come l’esercito sovietico.

Su tutto, dentro tutto, i fili intrecciati di una linea di sangue, la storia di Brilka che corre sul filo su cui la bisnonna Anastasia danzava, mentre tutto era in fiamme. A redimere tutto, non c’è che l’amore.

Un successo fulminante e concorde, quello che ha travolto la Haratischwili, meritato senz’altro. Se qualcuno ve lo regala, credete, vuol dire che vi vuole bene, perché vi sta regalando del tempo di scoperta e verità, di riflessioni, di apprensione e sgomento, e di rinascita infine: un libro – e sono pochi quelli così – che in grado di tenervi svegli la notte, come foste innamorati.

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Fonte: www.illibraio.it