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Louise Glück, la poetessa americana dalla voce candida, intransigente e cupissima

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Ci stupiamo tanto che nessuno si fosse accorto di lei, ma in realtà era già successo in passato, sempre con un’altra donna, un’altra poetessa che, all’improvviso, un pomeriggio di ottobre, aveva ottenuto il più ambito dei riconoscimenti letterari internazionali. Stiamo parlando ovviamente di Louise Glück, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura 2020, e di Wisława Szymborska, autrice polacca che ottenne l’onorificenza da parte dell’Accademia svedese nel 1996.

La nomina di entrambe ha destato stupore, oggi come allora, soprattutto in Italia, paese in cui le poetesse erano pressoché sconosciute. L’ignoranza, però, non era certo dettata da una mancanza di interesse da parte del pubblico: la verità è semplicemente che circolavano pochi dei loro testi tradotti nella nostra lingua.

Come prevedibile, dopo aver vinto il Nobel, le cose sono cambiate per Szymborska, che anzi è diventata in poco tempo assai popolare e amata, tanto che adesso è possibile cogliere riferimenti ai suoi versi praticamente ovunque: riviste, pubblicità, canzoni, film, trasmissioni tv (nella trasmissione Che tempo che fa Roberto Saviano ne ha parlato come “una poetessa che rimette al mondo le parole, le ricrea, le rigenera”).

Probabilmente accadrà qualcosa di simile anche per Glück, che condivide con la collega polacca anche un modo di scrivere poesia semplice, immediato, narrativo. Ma i suoi versi non hanno la stessa luce e la stessa gioia di quelli di Szymborska, anzi: tra chi la conosce, sono in molti a definirli tragici, cupi, cupissimi. Con uno stile prevalentemente autobiografico, l’autrice americana, classe ’43, già premiata e acclamata negli Usa, vincitrice del National Book Award per la poesia nel 2014 con Faithful and Virtuous Night, racconta di solitudine, relazioni familiari, divorzio e morte.

Averno

In ogni caso, per ora si possono trovare tradotti in italiano Averno, la sua ultima raccolta, proposta dalla casa editrice napoletana Libreria Dante & Descartes, e L’iris selvatico, pubblicata da Giano, con cui la poetessa ottenne il Pulitzer nel 1993. A tradurre entrambe le opere, Massimo Bacigalupo, che commenta così sull’Huffington Post: “Glück è una poetessa algida, passionale, appassionata, distante ma lucida, una che mira alla perfezione formale, ma che non si accontenta mai della forma; una poetessa indipendente anche dalla tradizione poetica americana che fa sì che ogni suo libro sia molto diverso dagli altri. La sua perfezione nasce dalla sua natura, come l’eleganza”.

Raccontando Averno su Alias del Manifesto, Antonella Francini ha scritto: “(…) Come negli altri suoi libri (fra cui il premiatissimo L’iris selvatico, uscito in Italia per Giano Editore sempre a cura di Bacigalupo) Glück si racconta in versi brevi dai toni ieratici, adottando la sua inconfondibile lingua vicina al parlato, ma esatta, risonante, talvolta ellittica“. E più avanti: “Per lunghi anni in analisi, Glück riversa anche qui, in Averno, tracce di quella esperienza, passando senza preavviso dalla finzione mitica al vissuto soggettivo, mentre ci avverte che «i personaggi / non sono persone. / Sono aspetti di un dilemma o conflitto». In questi raffinati studi dell’anima, le parole si fanno riverberanti e l’andamento ellittico, così che ampi spazi si aprono al lettore, perché si disponga alla sua personale catabasi”.

Di Averno ha scritto di recente anche Gianni Montieri su Doppiozero, sottolineando come “una delle domande fondamentali, se non la domanda unica ed essenziale, posta alla base” della raccolta sia “sul cosa accadrà dopo la morte. Non il solo quesito sul dove si andrà (ammesso che si vada da qualche parte); Glück va oltre e si chiede cosa ci faccia l’anima nell’aldilà senza le cose più care. A che scopo dovrebbe esserci un’ipotetica vita dopo la morte se a questa mancheranno le cose terrene?“.

Nata a New York City nel 1943, Glück è cresciuta a Long Island e ha studiato presso la Columbia University. Ha insegnato e insegna poesia in molte università, tra cui Yale. In un’intervista con la rivista Poets and Writers , ha parlato del suo rapporto tra vita e scrittura: “Quando ero giovane conducevo la vita che pensavo dovessero condurre gli scrittori, in cui ripudi il mondo, consacrando ostentatamente tutte le tue energie al compito di fare arte. Mi sono seduta a Provincetown a una scrivania ed è stato orribile: più me ne stavo lì senza scrivere, più pensavo di non aver abbandonato abbastanza il mondo. Dopo due anni, sono giunta alla conclusione che non sarei diventata una scrittrice. Così ho accettato un lavoro come insegnante nel Vermont, anche se fino a quel momento avevo passato la vita a pensare che i veri poeti non insegnassero. Ma ho accettato questo lavoro e nel momento in cui ho iniziato a insegnare – nel momento in cui avevo degli obblighi nel mondo – ho ricominciato a scrivere”.

Da sempre lontana dai riflettori, abituata e affezionata al suo pubblico, Glück, come fa notare il Guardian, è la sedicesima donna a vincere il Nobel e la prima donna americana da quando Toni Morrison ha ottenuto il riconoscimento nel 1993. Il presidente del comitato del premio Nobel, Anders Olsson, ha salutato la scrittura “candida e intransigente, piena di umorismo e arguzia pungente”. E questa, per concludere, la motivazione che l’ha portata alla vittoria: per “la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale”.

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Fonte: www.illibraio.it