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“Luce della Notte” di Ilaria Tuti: l’indagine struggente e commossa di Teresa Battaglia

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“Era inciampata nella vita, rotolando giù e portandosi addosso ogni granello di fango. Un fango che era diventato creta e si era modellato attorno a lei, restituendola al mondo per come adesso era. Sistemò la frangia sulla fronte. Quante ne aveva passate”.

Il commissario Teresa Battaglia è una guerriera, ostinata e forte, nonostante il corpo che inizia a scricchiolare per l’età, nonostante il diabete e i chili di troppo, nonostante la bruma che inizia ad avvolgere i suoi ricordi, e che le rende difficile concentrarsi, un diario per trattenere la vita e rimanere ancorata al presente.

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(i diritti d’autore del romanzo saranno devoluti dall’autrice al centro di riferimento oncologico di Aviano, a favore della ricerca sul sarcoma di Ewing)

È una donna stramba, Teresa, che non si ferma davanti agli ostacoli, ha attraversato l’inferno della foresta di Travenì, ha affrontato i peggiori orrori combattendo non solo gli orchi ma anche l’indifferenza: la sua testardaggine complica le cose a tutti, perché lei guarda oltre, pesta i piedi, non si fa imprigionare dai pregiudizi, e ha il dono dell’empatia, una capacità rara dell’immedesimazione, che le permette di andare a fondo nell’animo delle persone, anche di quelle dall’apparenza brutale.

E soprattutto Teresa Battaglia ha fama di saper ascoltare i bambini, salvandoli dal male: lei sa che la paura non può ingannare, e sa credere alle storie dei più piccoli, facendosi guidare da loro. Significa accogliere l’incubo e immergersi dentro, perché quando la fanciullezza si unisce allo strazio, la realtà si trasforma e diventa un tormento, che Teresa conosce.

Un commissario che ha salvato i bambini dal mostro, restituendoli alla loro infanzia: è quello che cerca Giulia quando telefona, preoccupata per la figlia Chiara, ossessionata da un sogno ricorrente. C’è un cuore di bambino nella terra smossa alle radici di un’acacia. Un giovane lamento nella nebbia, forse una tomba.

“Chiara percepì l’ostilità che si stava aggregando nell’aria come nubi cariche di elettricità. Le ombre attorno a lei si agitarono, scosse dalle nuove presenze.
Il bambino è morto, devo svegliare il bambino.”

Luce della notte di Ilaria Tuti (Longanesi) si apre con una bambina sola, che danza nel vuoto della propria diversità: Chiara ha quasi nove anni, unghie azzurre e ali giocattolo, un volto pallido e delicato che una malattia condanna al buio.

Chiara è convinta di avere visto davvero, perché riusciva a contare, e nei sogni non si può: tra i filari della vigna, sotto fili di stelle luminose, tra fiocchi di neve che roteano e le luci del Natale che tintinnano come fate del gelo, c’è una visione di sangue e di morte, un corpo di bambino sepolto.

È un inferno ormai spento, quello di Luce della notte, un paesaggio quasi incantato coperto dai cristalli di brina, una natura addormentata dal sortilegio dell’inverno che spande bagliori soffusi tra gli alberi e fa brillare le foglie.

“La casa sulla collina scintillava. Quel pomeriggio aveva nevicato, i rami degli alberi erano nuvole di ghiaccio che sfioravano terra e che al crepuscolo si erano tinte di sfumature violette. Le luminarie erano accese, alcuni grossi ceppi erano stati incisi a croce e ora ardevano lentamente, sprigionando calore e scintille che salivano nell’aria fino a spegnersi in un profumo di resina”.

Chiara è una nuova bambina da ascoltare, portatrice di un sogno a cui nemmeno il padre crede.

Contro ogni evidenza, Teresa si fida, riconosce la sua diversità simile alla propria, il bisogno di essere creduta. E su di sé sente anche il grido d’aiuto della madre, la traccia emotiva di disperazione e speranza che è un po’ la sua, quando varca l’ingresso del REMS per improvvisarsi anche lei madre, con un libro in mano per leggere insieme a un uomo che non è mai stato figlio le pagine di una nuova storia di sopravvivenza e protezione.

“Ha mai pensato che il peso da sopportare fosse troppo?”

Quando Teresa decide di indagare, alla sua maniera, senza formalità e ufficialità, la sua squadra risponde: al suo fianco di nuovo Marini, che la segue incuriosito e diffidente, sarcastico e pragmatico. Lui non crede alle storie, tantomeno ai sogni, ma ha fede, quella che Teresa gli impone costantemente, la condizione per essere un poliziotto, e per essere un uomo.

Quello tra l’ispettore Marini e il commissario Battaglia è uno dei connubi più interessanti del genere, una coppia inusuale e piena di spontaneità: i loro sono dialoghi pungenti, battibecchi pieni di ironia e di umanità. È un rapporto accudente, per entrambi: Teresa una madre, insegnante e guida che sostiene e pungola di continuo, l’ispettore un pupillo bisognoso di attenzioni e di riconoscimenti, ma anche protettivo, pronto a intervenire in aiuto, a costo di essere malamente respinto. Entrambi chiusi, gelosi dei propri segreti, degli spettri delle proprie vite. Il loro rapporto aggiunge al thriller una nota emozionata che crea un genere inconsueto.

La nuova indagine di Teresa Battaglia riporta a galla storie dolenti perse nella nebbia degli anni, luci che rompono l’oscurità per illuminare rotte di dolore tracciate dall’avidità. L’incubo di una bambina con le ali iridescenti innesca un viaggio a ritroso, che restituisce valore alla memoria e ripara i danni di un’umanità ferita, sopravvissuta su una strada di disperazione.

Dopo Fiori sopra l’inferno e Ninfa dormiente, Ilaria Tuti torna a calarsi nel cuore dei suoi personaggi con l’indagine più struggente e commossa della serie di Teresa Battaglia, e con la sua cifra lirica e sensoriale così rara nel thriller, che aggiunge frammenti lucenti alle immagini più cupe.

Luce della notte è una storia di genitorialità sofferta, di solidarietà tradita, di anime violate, di riscatto anche attraverso il racconto, di disegni che tracciano la mappa di emozioni che mettono in salvo, sanno trasformare una donna malconcia in volpe e l’orrore degli adulti in sogno.

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Fonte: www.illibraio.it