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“L’ultima testimone”, il romanzo di Cristina Gregorin

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Cristina Gregorin è nata a Trieste ma vive a Venezia, dove per molti anni si è impegnata nella salvaguardia del patrimonio culturale collaborando con un’associazione di cittadinanza.

Già protagonista al premio Calvino 2019 (menzione speciale), arriva ora in libreria per Garzanti il suo esordio letterario, L’ultima testimone, in cui Gregorin si sofferma su una pagina poco conosciuta della seconda guerra mondiale. Quella che racconta nel suo romanzo è una storia sulla responsabilità personale, sul potere dei segreti e sull’importanza del passato per capire chi siamo veramente.

“Cercate Francesca perché solo lei conosce la verità”. Sono le ultime parole di un uomo anziano che sta morendo. Una frase semplice, ma capace di stravolgere la routine che la donna si è costruita con difficoltà negli anni. Una routine in cui non c’è spazio per il passato. Ma troppe domande attendono da tempo una risposta e ora la costringono a tornare a Trieste. In quella città, quando era solo una ragazzina, ha assistito a qualcosa che ha cercato con tutte le forze di dimenticare. Qualcosa che ha a che fare con gli amici di sua nonna, i loro misteriosi contatti e un passato oscuro legato a vicende della seconda guerra mondiale: soldati di opposte fazioni, delazioni, vendette in una città sospesa tra frontiere contese e destini incerti. Uomini che hanno combattuto nella Resistenza, cercando di fermare il nemico, con qualunque nome o divisa si presentasse, e hanno insegnato a Francesca a non fidarsi di nessuno. Ma combattere fino in fondo per i propri ideali significa fare scelte che cambiano il futuro. Scelte che hanno un prezzo. Scelte che portano con sé segreti, per i quali non dovrebbero esserci testimoni. Ora tutto ricade su Francesca. Perché qualcuno l’ha chiamata a ricordare. Perché la storia più sembra lontana più è a un passo

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Prologo

In una stanza dell’ospedale di Trieste, Bruno Tommasi si avvicina alla finestra che dal colle di Cattinara si spalanca su un vuoto vertiginoso fino al mare. Nell’età del ferro, tra gli arbusti e le rocce calcaree di quel colle, una fortezza aveva segnato la nascita della futura città sotto una stella bellicosa. Oltre che di soldati, Trieste fu centro di commerci e nei lunghi periodi in cui mancavano gli uni e gli altri un borgo povero, a volte incline alla pirateria.

Il vecchio guarda il golfo e nessuno può dire a cosa pensi, ogni sentimento è nascosto tra le rughe, troppo profonde per lasciare intuire una verità.

Nonostante l’età Tommasi non è un paziente facile. Rifiuta i sedativi: di lì a poco avrà l’eternità per dormire, grugnisce perfettamente lucido, lo lascino sveglio nei suoi ultimi giorni. E quanti sono questi ultimi giorni chiede poi insistente, spinto da un’urgenza che irrita chi lo ha in cura e scombina in altri un equilibrio faticosamente raggiunto di voluta indifferenza.

«Ho novantaquattro anni», ripete, «come si può credere che qualche parola possa riportare ordine nel mondo? Non dite a un uomo della mia età cosa fare della sua coscienza.

Io ho fatto la guerra, io. E non una qualsiasi, ho fatto la guerra peggiore che ci sia mai stata», aggiunge mentre l’infermiere lo riaccompagna al letto e gli inserisce nella vena l’ago rimasto appeso sul cestello dell’asta.

Fuori dalla stanza, suo nipote Mirko lo saluta attraverso il vetro.

Sorpreso di vederlo a quell’ora del mattino Bruno alza un braccio per invitarlo a entrare.

«Sei con tua zia Anita?» chiede con un solo occhio aperto.

«No, nonno, siamo soli. Puoi dirmi quello che vuoi», sussurra lui.

Bruno non coglie la solidarietà cospiratoria del nipote, fa girare l’occhio nella stanza per accertarsi che sua figlia non sia davvero lì e prende fiato. Prima di lasciare questo mondo che nessuno può mettere in ordine, tantomeno lui che non riesce nemmeno a far pulizia della sua coscienza, Bruno chiede al nipote di fare una cosa per lui.

«Avevo un amico, tanti anni fa. Era come un fratello. Si è suicidato nel 1976. Si chiamava Vasco Cekic. Lo so, qualche volta i fratelli camminano sulle orme di Caino e Abele, ma non noi. Noi eravamo diversi. Speravamo in tante cose, alcune si sono realizzate, altre non ci sono mai state. L’unica che può conoscere la verità sulla sua morte è Francesca Molin, se ancora la ricorda, era solo una bambina.»

«Chi è Francesca Molin?» chiede Mirko, ma Bruno si è incanalato in un pensiero tutto suo e sembra parlare da un altro luogo.

«Mi sono sempre sforzato di essere giusto, di stare dalla parte dei più deboli, primi tra tutti i bambini. È che qualche volta si può scivolare. Tu sei giovane, non puoi sapere. Io ho tanti anni, ho provato a fare del bene, ma come si fa a non scivolare, qualche volta, in tanti anni.» Poi alza gli occhi e guarda il soffitto come se cercasse una zanzara. «Ti prego, Mirko, trova Francesca Molin. Per la pace di tutti.»

(continua in libreria…)

 

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Fonte: www.illibraio.it