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“Memorie di un giovane medico”: la raccolta di racconti di Bulgakov

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Ispirata agli anni trascorsi dall’autore come medico e direttore di un ospedale di campagna, Memorie di un giovane medico (Neri Pozza, traduzione di Serena Prina) è la raccolta di racconti di Michail Bulgakov (Kiev, 1891 – Mosca, 1940) ora in libreria in una nuova edizione, un libro dedicato tanto alle esperienze mediche quanto a quelle umane e sociali di un giovane medico fresco di studi nella remota provincia russa.

Memorie di un giovane medico Michail Bulgakov

Celebre scrittore russo, noto soprattutto grazie al suo capolavoro, Il maestro e Margherita (Salani, traduzione di Emauele Guercetti), Bulgakov si laureò in medicina nel 1916 ed esercitò la professione in alcuni ospedali di campagna, fino al 1920: l’utilizzo della morfina e i suoi effetti, i pregiudizi nei confronti delle cure più moderne e della medicina più avanzata, Memorie di un giovane medico non attinge soltanto alla vita professionale dello scrittore, ma anche a quella umana, offrendo un ritratto della società rurale delle provincie della Russia, dei suoi abitanti, i loro costumi e le loro usanze.

La raccolta non fu mai riordinata dall’autore per essere data alle stampe, e venne pubblicata postuma, nel 1963, grazie alla moglie dello scrittore, Elena Šilovskaja; tuttavia, i racconti hanno conosciuto un discreto successo, al punto da ispirare anche un adattamento televisivo: nel 2012 la BBC ha tratto dalla raccolta la serie tv A young doctor’s notebook, diretta da Alex Hardcastle nella prima stagione e da Robert McKillop nella seconda, interpretata da Daniel Radcliffe (aka Harry Potter) e Jon Hamm.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it un estratto dal racconto

L’asciugamano col galletto

Tutto s’era illuminato nel mio cervello e all’improvviso, senza bisogno di manuali, senza consigli, senza aiuto, raggiunsi la certezza – che in quel momento compresi fu ferrea – che adesso mi sarebbe toccato, per la prima volta nella mia vita, praticare un’amputazione su una creatura che s’andava spegnendo. E che questa creatura sarebbe morta sotto i ferri. Ah, sotto i ferri sarebbe morta. Non ha più sangue, infatti! Per dieci verste le è colato via dalle gambe sminuzzate e non si sa nemmeno se adesso prova qualcosa, se sente. Tace. Ah, ma perché non muore? Che mi dirà il padre impazzito?

«Preparate per l’amputazione» dissi all’assistente con voce che non era mia.

L’ostetrica mi guardò indignata, ma negli occhi dell’assistente balenò una scintilla di compassione, e prese a darsi da fare con gli strumenti. Tra le mani gli rombava un fornello a petrolio.

Trascorse un quarto d’ora. Con terrore superstizioso esaminavo l’occhio che s’andava spegnendo, sollevando la palpebra fredda. Non ci si capiva nulla. Come può vivere un mezzo cadavere? Gocce di sudore mi scorrevano incontenibili sulla fronte da sotto il berretto bianco, e Pelageja Ivanovna asciugava il sudore salato con una garza. Nel poco sangue che restava nelle vene della ragazza adesso c’era anche la caffeina. Bisognava iniettarla oppure no? Sfiorando appena i fianchi, Anna Nikolaevna massaggiava i rigonfiamenti prodotti dal liquido fisiologico. Ma la ragazza viveva.

Presi il bisturi, cercando di imitare qualcuno che una volta, nel corso della mia vita, avevo visto praticare un’amputazione… Adesso supplicavo il destino che nella prossima mezz’ora lei non morisse… “Che muoia in corsia, quando avrò finito l’operazione…”

Per me lavorava solo il mio buon senso, stimolato dalla straordinarietà della situazione. Con gesto abile e circolare, come un macellaio esperto, col bisturi più affilato incisi il fianco, e la pelle si separò senza che ne uscisse nemmeno una gocciolina di sangue. “Che farò se i vasi cominciano a sanguinare?” pensai e, come un lupo, gettai un’occhiata al mucchio delle pinze emostatiche. Tagliai via un enorme pezzo di carne femminile e uno dei vasi sanguigni – aveva l’aspetto di un tubicino biancastro – ma non ne venne fuori nemmeno una goccia di sangue. Lo strinsi con una pinza emostatica e andai avanti. Ficcavo quelle pinze ovunque supponessi ci fosse un vaso. “L’arteria… l’arteria… come diavolo si chiama?…” La sala operatoria sembrava quella di una clinica. Le pinzette emostatiche pendevano a grappoli. Le tirammo con una garza verso l’alto assieme alla carne, e cominciai a segare l’osso tondo con una sega accecante dai denti minuti.

“Perché non muore?… È sorprendente… Oh, com’è vitale l’uomo!”

E l’osso si staccò. Nelle mani di Dem’jan Lukič rimase quella che era stata la gamba della ragazza. Brandelli di carne, ossa! Il tutto fu buttato da parte, e sul tavolo rimase la ragazza, come se fosse ridotta di un terzo, con un moncherino disteso lì accanto rispetto al corpo. “Ancora…
ancora un poco… non morire” pensavo ispirato, “resisti fino alla corsia, lasciami uscire con successo da questo caso terribile della mia vita”.

Stringemmo le legature, poi, facendo schioccare il Collin, cominciai a ricucire con punti ampi la pelle… ma mi fermai, colto da un’idea, riflettei… lasciai un drenaggio… inserii un tampone di garza… Il sudore mi copriva gli occhi e mi sembrava d’essere in un bagno turco…

Respirai. Guardai oppresso il moncherino, il volto cereo. Chiesi:

«È viva?»

«Viva…» come un’eco senza suono risposero subito l’assistente e Anna Nikolaevna.

«Ancora un minutino vivrà» muovendo solo le labbra, senza suono, mi disse l’assistente in un orecchio. Poi s’impappinò, e con discrezione suggerì: «La seconda gamba potremmo non toccarla, dottore. Sapete, la si potrebbe avvolgere con della garza… altrimenti potrebbe non arrivare in corsia… Eh, che ne dite? È sempre meglio se non si muore in sala operatoria».

«Datemi il gesso» ribattei rauco, spinto da una forza sconosciuta. Il pavimento era imbrattato di macchie bianche, noi eravamo tutti coperti di sudore. Il mezzo cadavere giaceva immobile. La gamba destra era ingessata e sulla tibia s’apriva, nel punto della frattura, la finestra che avevo lasciato a seguito della mia ispirazione.

«È viva…» disse l’assistente sanitario, roco e stupito.

Quindi la sollevammo, e sotto al lenzuolo si vide il vuoto enorme, un terzo del suo corpo l’avevamo lasciato in sala operatoria.

Poi ondeggiarono ombre nel corridoio, guizzarono infermiere, e notai che lungo la parete si stava insinuando una scarmigliata figura maschile, che emise un singhiozzo secco. Ma venne allontanato. E calò il silenzio.

In sala operatoria mi lavai le braccia insanguinate fino ai gomiti.

«Voi, dottore, ne dovete aver fatte molte di amputazioni, vero?» domandò all’improvviso Anna Nikolaevna. «Molto, molto bene… Nulla da invidiare a Leopol’d…»

Sulle sue labbra il nome «Leopol’d» suonava invariabilmente come «Doyen».

Gettai uno sguardo di traverso ai loro volti. E su tutti, tanto su quello di Dem’jan Lukič che di Pelageja Ivanovna, notai negli occhi rispetto e stupore.

«Ehm… io… io l’ho fatto solo due volte, sapete…»

Perché mentii? Adesso la cosa m’è incomprensibile.

Nell’ospedale regnava la quiete. Una quiete piena.

«Quando muore, mandatemi subito a chiamare» ordinai a mezza voce all’assistente, e questi per qualche motivo
invece di «va bene» rispose con riverenza:

«Agli ordini…»

Dopo alcuni minuti ero accanto alla lampada verde nello studio dell’appartamento del dottore. La casa taceva.

Un volto pallido si rifletteva nel vetro nero.

“No, non assomiglio al Falso Dimitrij, e io, vedete, sono come un po’ invecchiato… Una ruga, sopra la radice del naso… Adesso busseranno… Diranno ‘è morta’…”

Sì, andrò e la guarderò un’ultima volta… Adesso si leverà il colpo…

Bussarono alla porta. Questo accadde due mesi e mezzo più tardi. Alla finestra splendeva uno dei primi giorni dell’inverno.

Lui entrò: lo esaminai per bene solo allora. Sì, in effetti i lineamenti del volto erano regolari. Quarantacinque anni. Gli occhi scintillanti.

Quindi un fruscio… Reggendosi con due stampelle, saltellò dentro una ragazza con una sola gamba, di una bellezza incantevole, con una gonna molto ampia, ornata da una striscia di stoffa rossa lungo il bordo.

Mi guardò e le sue guance si coprirono di una tinta rosata.

«A Mosca… a Mosca…» e cominciai a scrivere l’indirizzo, «lì vi faranno una protesi, una gamba artificiale».

«Bacio le mani» disse all’improvviso il padre, in modo del tutto inaspettato.

Ne fui a tal punto sorpreso che invece delle labbra gli baciai il naso11.

Allora lei, appoggiandosi sulle stampelle, aprì un involto, e ne cadde fuori un lungo asciugamano bianco come la neve, con un galletto rosso ricamato con grande semplicità. Ecco quello che dunque nascondeva sotto il cuscino durante le visite. Certo, adesso ricordavo, c’erano dei fili sul tavolino.

«Non posso accettare» dissi severo, e scossi persino il capo. Ma lei fece una tale faccia, tali occhi, che lo presi…

E per molti anni è rimasto appeso nella mia stanza da letto a Mur’e, e poi se ne è venuto a peregrinare assieme a me. Alla fine è invecchiato, s’è consumato, bucato ed è scomparso, come sbiadiscono e scompaiono i ricordi.

(Continua in libreria…)

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Fonte: www.illibraio.it