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Michele Masneri e la commedia umana della Silicon Valley

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A novembre 2019 un suo articolo su Il Foglio, in cui criticava con tono ironico e tagliente il “modello Milano” era finito nell’occhio del ciclone. Il giornalista Michele Masneri quando ne parla lo ricorda sorridendo con parole lievi, come lieve e gentile sembra essere lo sguardo sul mondo di una penna che, su carta o tastiera che sia, si rivela sempre affilata.

Già inviato da San Francisco per il Il Foglio, Masneri (che collabora con numerose testate e che per minimum fax nel 2014 ha pubblicato il romanzo Addio, Monti) raccoglie oggi la sua esperienza nella terra della caccia all’oro in un reportage per Adelphi: Steve Jobs non abita più qui. Il tono è lo stesso degli articoli a cui ha abituato i suoi lettori: radiografico e sarcastico quanto basta, ma non riesce a nascondere l’interesse, la curiosità bonaria, che Masneri nutre evidentemente per il genere umano.

Steve Jobs non abita più qui racconta vizi e virtù della Silicon Valley e dei suoi abitanti, dagli ormai vecchi fricchettoni che calcano le strade di San Francisco ai colossi delle big tech, con un occhio agli scandali e uno alle buffe abitudini di una pletora di ragazzini con una startup nel cassetto, che dormono in un sottoscala nell’attesa che arrivi il venture capital giusto.

Michele Masneri, Steve Jobs non abita più qui, Il Foglio

Masneri, dai suoi racconti emerge spontanea una metafora: quella del luna park, del circo.
“Sicuramente è così, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto immobiliare, il cercar casa, sembra di giocare a monopoli: le offerte si fanno in busta chiusa e al rialzo. Il tema dei soldi è molto importante, ma sono visti come una variabile, non hanno alcun valore. E poi si avverte sempre questa sensazione di stare in una specie di pentolone scoppiettante. Il mio libro è un inno alla California, non racconto le cose con il dito alzato”.

Parla anche di gentrificazione: quali le sembrano le conseguenze sociali di questa trasformazione?
“Mi fa molto ridere, perché in Italia si parla spesso di gentrificazione delle città italiane, ma è una cosa che non esiste, rispetto a San Francisco. Per fare un esempio: io avevo un investigatore privato fisso sotto la mia finestra, perché il padrone di casa viveva in equo canone e il proprietario dell’immobile aspettava che i suoi inquilini facessero qualche errore, qualche violazione del contratto, per poterli cacciare via tutti, rifare il palazzo e rivenderlo a valori assurdi. A Mountain View, vicino a Google, c’è una sorta di tendopoli dove abitano i dirigenti, gente che guadagna tra i duecentomila e i trecentomila dollari l’anno e vive praticamente in campeggio perché non c’è spazio per costruire nuove case. Trovi homeless e miliardari uno accanto all’altro, sotto gli uffici di Uber, sotto gli uffici di Twitter… e in mezzo non c’è niente, la classe media è stata spazzata via. Un professore di scuola o un avvocato non hanno i soldi per permettersi quel tipo di affitto. È come se fossero tutti in Erasmus, perché lo puoi fare quando sei giovane, single, e dormi sul divano. Però se hai dei figli o vuoi una casa grande non puoi. O diventi il nuovo Zuckerberg o te ne devi andare”.

È la terra delle grandi contraddizioni.
“È la terra della corsa all’oro nell’Ottocento. San Francisco era un posto disabitato fino alla metà del secolo, un posto desolato con un clima terribile, una baia ventosissima e l’oceano gelido. Mark Twain diceva: “L’inverno più freddo della mia vita è stata un’estate a San Francisco”. Le stesse strade sono così in pendenza non per uno sfizio, ma perché fu costruita velocemente quando venne trovato l’oro e chiunque volesse tentare la fortuna emigrava lì. E questo spirito è rimasto: se vuoi giocartela vai lì. Uno su mille fonda la sua startup e ce la fa, gli altri dormono negli armadi, nei sottoscala, o proprio per strada. E poi San Francisco è anche la città dell’LSD, della droga, degli hippy, della controcultura, un’idrovora che risucchia tutto quello che c’è di non regolare in America. E questo crea un’enorme energia: è la città dei diritti gay, di Harvey Milk. Tutte queste cose insieme creano un unicum di contraddizioni, un misto di culture e di senso di libertà e possibilità che non si trova da altre parti”.

La Silicon Valley non ha cancellato l’eredità politica di San Francisco?
“C’è una sensibilità politica altissima, i movimenti del ’68 nascono lì, il movimento studentesco parte da Berkeley. Ci sono ancora continue rivolte, la vecchia guardia della città considera quelli della Silicon Valley dei disgraziati che inquinano e violano i diritti civili, i pullman che portano gli impiegati delle varie aziende vengono presi a sassate… Però alla fine tutti questi aspetti convivono”.

Per parlare degli aspiranti startupper usa spesso il termine “brufolosi”, sembra un grande bildungsroman ambientato nella Silicon Valley. Qual è la sua trama?
“L’avventuriero che oggi si spinge nella Silicon Valley è un asiatico che è arrivato dopo la laurea o che si è laureato in un’università americana, oppure un americano che ha lasciato a metà gli studi di Informatica ed è arrivato a San Francisco per presentare un pitch per la sua startup. Ragazzotti che abitano in appartamenti condivisi, mangiano pizze surgelate e vanno a presentare il loro progetti a venture capitalist che gli danno un sacco di soldi. C’è una serie tv, Silicon Valley appunto, che lo racconta con una precisione chirurgica: lì è di culto, ufficiosamente pare che Zuckerberg e Jack Dorsey [il creatore di Twitter, NdR]diano una mano per la sceneggiatura”.

Alcuni capitoli del libro fanno sorgere spontanea una domanda: tolti i cerali, lo yoga e il latte di soia, la Silicon Valley nasconde del trash?
“Certo. Faccio un esempio: a un party ho conosciuto un imprenditore, siliconvallico di terza generazione, uno con venti billion di patrimonio, che ha avuto successo negli anni Ottanta inventando la segreteria telefonica. Insomma, un figo che parla di cose interessanti, geniali. Ma nonostante abbia inventato qualcosa di incredibile, abbia fatto i miliardi, mi parlava di un suo amico che era stato fatto baronetto dalla regina d’Inghilterra. Un’altra cosa fantozziana sono gli orari”.

Cioè?
“Tim Cook, il ceo di Apple, si alza alle tre e mezza di mattina e va a letto alle otto di sera, e tutti lo imitano, per cui vivono a degli orari assurdi. Una volta un manager mi ha dato un appuntamento alle sei di mattina, e io non sapevo se prendermi un albergo lì vicino, perché per arrivare in tempo mi sarei dovuto svegliare alle quattro”.

E com’è stato guardare all’Italia da una prospettiva così distante?
“Avevo messo in conto tante cose, quando ero partito per questa specie di Erasmus in California, ma non avevo messo in conto il ritorno. Il ritorno è stato devastante”.

Perché?
“Mi è sembrato di essere tornato da un viaggio nel tempo. L’impatto più forte è stata la questione del me too. Io ne avevo vissuto l’inizio da San Francisco, e dall’Italia ho visto la sua continuazione, ed è stato veramente scioccante. Ho sentito discorsi allucinanti: ‘Lo fanno solo per fare carriera’, cose così. E anche le poche accuse che sono state fatte qui in Italia, in un paese in cui la giustizia dura vent’anni, sono state accantonate in due giorni, le accusatrici ‘polverizzate’… Surreale. L’Italia per alcune questioni è medievale: dal tema dei diritti dei gay al politicamente corretto. E in questo mi sembra che Roma sia ancora più indietro di Milano. Milano avrà tanti difetti, ma è sicuramente più internazionale e con una popolazione più giovane. C’è una forma di pigrizia nel non voler cambiare punto di vista, spesso anche da persone da cui non te lo aspetteresti”.

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Fonte: www.illibraio.it