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“Murene” di Manuela Antonucci: dal Salento una storia di fratture ricomposte

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Tornando indietro con la memoria, ho un’immagine nitida della mia infanzia: mia nonna è seduta al tavolo, ha una biro in mano, lo sguardo puntato su un foglio a righe. “Voglio imparare a scrivere, mi aiuti?”, mi chiede.

Nel ricordo le siedo accanto, frequento la terza elementare e ho preso la sua richiesta dannatamente sul serio. “Puoi ricopiare qui”, le dico, indicando lo spazio vuoto che ho lasciato tra una frase e l’altra per farla esercitare. Lei esegue, immersa in un silenzio cerimonioso.

Quando finisce legge tutto ad alta voce, ha lo sguardo soddisfatto. Io le faccio i complimenti per la bella calligrafia. Lei mi sorride. La lezione termina con la merenda del pomeriggio, una fetta di pane generosamente unta d’olio. Il baratto si è compiuto, penso, ma ha poco a che vedere con il sapore delizioso che sento in bocca; me ne accorgo solo ora, a distanza di tempo.

Si tratta di una questione più grande, l’unico termine che mi viene in mente è quello di eredità, un sedimento che parte dalla lingua, passa per il rito e finisce con la magia. Quando poco più che ventenne ho dovuto fare i conti con la perdita dei miei nonni, la presa di coscienza è stata inevitabile: avevo un patrimonio tra le mani e non volevo che andasse sprecato o, peggio ancora, perduto.

Murene nasce proprio a partire da questo timore e poi procede con una riflessione più ampia, una storia di fratture ricomposte su almeno due livelli.

Il primo è quello geografico, fattore sicuramente legato alla mia autobiografia. Negli ultimi quindici anni ho vissuto in diverse città: Roma, Lisbona, San Paolo e infine Barcellona, che ormai considero la mia seconda casa. Questa situazione di “nomadismo” ha forzato a più riprese un’analisi sui significati che attribuivo allo spazio, inteso come luogo vissuto e contaminato attraverso permanenze di lungo o medio termine.

Il secondo – conseguenza inevitabile – si riferisce alla lingua o, per essere più precisi, alle lingue, quelle con cui mi sono abituata a pensare, scrivere e parlare. Sin dall’inizio ho gestito questa condizione di plurilinguismo afferrandomi alle parole in uno sforzo di traduzione e comparazione che alla fine mi riconduceva al punto di partenza: la lingua madre, l’italiano, e la lingua sorella – complementare, e allo stesso tempo primordiale –, il dialetto.

Murene è un progetto che si evolve a partire da questa visione schizofrenica dentro la quale mi sono mossa durante molto tempo ed è diventato lo strumento che ho utilizzato per comprendere i due aspetti che maggiormente hanno caratterizzato la mia esperienza di adulta: il linguaggio e il territorio. Ho scritto questo romanzo lontana da casa e credo che proprio la distanza mi abbia permesso di rendere nitido il paesaggio, di definire gli umori dei personaggi che vivono nell’intreccio, ma soprattutto di provare a costruire una certa complessità del parlato, le sue molteplici interpretazioni, i diversi calchi che ne derivano.

Penso, per esempio, a Joan Didion, a quando afferma in The White Album: “Un posto appartiene per sempre a chiunque lo rivendichi con più forza, lo ricordi in modo più ossessivo, lo strappi da se stesso, lo modelli, lo trasformi, lo ami così radicalmente da ricrearlo a sua immagine e somiglianza […]”. È partendo da quell’attaccamento per il “meridiano zero” – che è stato il luogo dove sono nata e cresciuta – che il tessuto narrativo dell’opera si è ricomposto (ritorna, senza volerlo, la metafora della frattura), sotto la spinta di un apprendimento che si nutre dell’oralità, dei proverbi degli anziani, delle intraducibili espressioni idiomatiche della lingua altra, il dialetto, appunto.

Questo regime di bilinguismo, reso possibile da un’alfabetizzazione familistica, è stato il grimaldello al quale mi sono aggrappata nella scelta dello stile, generando una sorta di lasciapassare che mi ha permesso di navigare in acque miste, come quelle che nel capo di Leuca si fronteggiano – pur restando separate da una linea minima – per marcare la differenza tra lo Ionio e l’Adriatico.

In questo romanzo mi sono concessa l’opportunità di pensare approfittando di una lingua matrice e meticcia con l’intento – forse ambizioso – di mettere insieme i pezzi sparsi di una cosmovisione che sentivo sgretolarsi sotto la pressione della modernità. In fin dei conti credo che Murene si potrebbe intendere come il risultato finale di una storia pensata al plurale, una raccolta di “racconti antropologici” che cercano di salvare il salvabile: un personaggio per ogni rito, un avvenimento per ciascun elemento magico. La terra e l’acqua fanno il resto, componenti polarizzati del medesimo punto di partenza. E poi c’è la storia – fatta di personaggi amalgamati in una quotidianità paesana – che esiste solo a partire da una storia più grande, l’occupazione dell’Arneo, quel “bubbone di terra all’incrocio di tre province”, così come lo definiva nelle sue raffinate cronache il poeta Vittorio Bodini.

Parlo, in questo caso, di un sud ancora troppo lontano dalle immagini ottimistiche del boom economico che sta per affrancare la nazione liberata del dopoguerra. È dalla nota a pie di pagina di un evento semisconosciuto che gli eventi del romanzo si dipanano, per raccontare, attraverso le peripezie dei suoi personaggi, anche quella parte di narrazione rimasta sottoterra (o sott’acqua). Per lo meno, l’intenzione era sicuramente questa. Al lettore, per fortuna, resta il privilegio dell’ardua sentenza.

Manuela-Antonucci-Murene

L’AUTRICE – Manuela Antonucci è nata a Veglie nel 1983, ma ha vissuto a Roma, Lisbona, San Paolo e Barcellona. Negli ultimi anni si è occupata soprattutto di narrazioni audiovisive per una casa di produzione spagnola. Murene (ItaloSvevo, quinto titolo della collana di narrativa italiana Incursioni, curata dall’editor Dario De Cristofaro) è il suo romanzo d’esordio.

Racconta una storia dal sud Italia, di sacrificio e ribellione, di rituali che si tramandano. Il romanzo è ambientato nel Salento, terra tra Adriatico e Ionio dove soffia lo scirocco, un vento che soffia sui visi di eroi di una storia sconosciuta ai più.

“Da Taranto fino a Nardò non c’è nulla, c’è l’Arneo”, scriveva Vittorio Bodini dell’agro salentino dove, negli anni Cinquanta, i contadini si organizzarono per prendersi la terra a cui avevano diritto. Furono picchiati e arrestati dalle forze dell’ordine, le biciclette, il loro unico bene, bruciate, ma l’Arneo, fino a quel momento escluso dalla Storia, divenne materia viva, e qui fa da sfondo alle vicende di due generazioni che là hanno vissuto e lottato. Nino, che sogna di costruire il falò più alto che si sia mai visto, la Pietra, maciara che toglie l’affascino, Tonino, pescatore di murene; e poi i giovani: Salvatore, Maria, Liberata. In mezzo c’è l’Anna, che sparisce mentre sta raggiungendo i compagni nei campi. Un decennio dopo, il ritrovamento del suo anello riporterà alla luce quel mistero, rivelando l’anima più nascosta dei compaesani in un Sud tagliato fuori dalle cartoline, dove appunto “non c’è nulla, c’è l’Arneo”.

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Fonte: www.illibraio.it