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Nadia Terranova racconta il segreto della brillante, profonda e inquieta leggerezza di Madeleine St John

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Dopo il successo di Le signore in nero (traduzione di Mariagiulia Castagnone), Garzanti porta in libreria Una donna quasi perfetta di Madeleine St John (1941 – 2006), autrice oggetto di una meritata riscoperta.

Una donna quasi perfetta madeleine st john

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, la prefazione della scrittrice Nadia Terranova:

di Nadia Terranova

«L’unico eroe capace di tagliare la testa della Medusa è Perseo, che vola coi sandali alati», constata Italo Calvino nella prima delle Lezioni americane. Quell’epifania è piazzata in mezzo a una confessione: avendo cominciato a scrivere da giovane, Calvino si era presto sentito schiacciato dalla richiesta fatta alla sua generazione di narrare il tempo che stava vivendo, aveva avvertito tutta l’opacità di forze adesive, vischiose, che rallentavano l’anima agile e picaresca della letteratura. Così, aveva cominciato a schivare la pesantezza e a capire le ragioni della leggerezza, fino a trovarsi, molti anni dopo, a inaugurare una conferenza difendendo la seconda e anzi indicandola come un pilastro dell’intera storia della letteratura.

Madeleine St John ha pubblicato il suo primo romanzo nel 1993, a poco più di cinquant’anni. Tra i vantaggi di un esordio che molti definirebbero tardivo, c’è quello di non dover revisionare una versione più ingenua di sé, non dover contare perdite e conquiste che hanno spostato in uno scrittore le sue certezze letterarie. A cinquant’anni hai conosciuto molti effetti secondari sia della pesantezza che della leggerezza; hai già scoperto che la seconda non è per forza frivola e la prima può piuttosto nascondere una spaventosa superficialità; nessuno ti chiede di rappresentare la tua generazione né di esprimere il tuo tempo; hai letto un numero sufficiente di romanzi e sai che l’arte più difficile è quella più svalutata: saper raccontare una storia dentro cui il lettore scivolerà fino a sentirsi inchiodato. A cinquant’anni scegli la leggerezza perché puoi permettertela, non c’è pesantezza che abbia spalle altrettanto robuste per i piccoli dolori dell’esistenza. Madeleine St John, armata di grande talento e robusto mestiere, come Perseo vola altissima sui sandali alati e taglia la testa alla Medusa.

Se, con Le signore in nero, St John si congedava dall’Australia, dove era nata, con Una donna quasi perfetta inizia una trilogia che ci porta nel cuore di Londra, dove aveva scelto di vivere. È la storia di tre donne e di un uomo, e tutti e quattro vengono nominati nella prima pagina: ci sono due amanti, Simon e Gillian, e c’è una persona che entra nel locale dove si trovano e li scopre. È Lydia, un’amica di Flora, la moglie di Simon: quest’ultima non compare subito, ma viene evocata dalla voce di Gillian, che si chiede se non sia lei la donna la cui presenza sta tanto turbando il suo amante. È proprio vero che certi incipit contengono tutto il cuore del romanzo: un uomo spaventato, una donna allegra e forte, un’altra donna indesiderata, una moglie lontana. Dopo questo momento fulminante, e lasciandoci con il desiderio di capire come si risolverà l’impasse, il libro torna indietro, cambia prospettiva e si concentra su quest’ultima, sulla donna fuori dalle quinte. La quasi-perfezione di Flora, moglie e madre di tre figli, sta anche in questo: nel non essersi accorta che nella vita del marito, con violenza silenziosa, è entrato un nuovo amore, una commercialista bionda, libera, di svagata intelligenza. O forse la sua quasi-perfezione è nell’inquietante fervore di una religiosità ritrovata che le fa usare troppo spesso «Madre di Dio» come un’interiezione. Oppure, ancora, è quella parola, «quasi», ad avere tutta la forma di una parentesi, di una vacanza dalla vita. In questo romanzo, nelle parentesi scopriamo che le donne non sono migliori degli uomini (non che non lo sapessimo: è il costume patriarcale a volerle angeliche; idealizzare il femminile è sempre stato il modo più efficace di renderlo inoffensivo), come all’inizio del quindicesimo capitolo, dove veniamo a sapere che prima del suo primo tradimento Simon non è stato fedele, al massimo pigro, e che non è stato nobile, al massimo non innamorato: «Certo, se avesse avuto una predisposizione naturale o un’attrazione ideologica per i rapporti extraconiugali, forse sarebbe andata diversamente: avrebbe trovato il tempo per dedicarvisi, così come sono soliti fare molti uomini ben più impegnati di lui. (Anche molte donne, per la verità)». E ancora: «Comunque, molti uomini (e molte donne) avrebbero potuto scoprire – e alcuni lo scoprivano davvero – che girare scene di sesso non faceva che aumentare il desiderio». L’uso che St John fa delle parentesi, in questa pagina, è magistrale: con ironia, affacciandosi a una finestra che si apre per un attimo, per due volte enuncia il contrario di un luogo comune con la rapidità di un ciclone. Grazie a quelle parentesi, Simon non è più il pover’uomo cui capiterà una passione, ma un piccolo uomo che ha vissuto troppo poco intensamente per sapere verità che le donne conoscono da millenni. Le donne sanno abitare le parentesi entro cui sono state relegate, e arredarle sfruttando una certa dimestichezza con l’ironia.

Dentro la sua parentesi, ignara dell’esistenza di Gillian, che rapporto ha Flora con la felicità: la considera davvero possibile, sente di poterla toccare, crede di poterla vivere? Madeleine St John entra nel luogo più esotico e spinoso che la nostra società ha voluto inventare: il matrimonio. Lascia che questa parola si srotoli, si distenda nella quotidianità, prenda il respiro della normalità familiare, e poi, come quando aprendo un armadio ci si ritrova davanti a uno specchio e si salta in aria nel riconoscere la propria immagine, scende nelle piccole bugie che diciamo soprattutto a noi stessi, giù, in fondo, fino al confine tra ingannare sé stessi e ingannare la persona che abbiamo accanto. Non sappiamo mai davvero quanto si può spostare quel confine, e c’è qualcosa di insopportabilmente vero quando Simon dice di amare sia Gillian che Flora. Così, un capitolo si chiude con una dichiarazione d’amore e il successivo si apre con la richiesta di una dichiarazione d’amore (è un gioco che a St John riesce benissimo quello della fluidità fra una scena e l’altra). Che cos’è, poi, l’amore? Gillian chiede di essere amata, ma in realtà vuole sapere cosa Simon pensi di lei; prima ancora, aveva detto che l’amore non le interessava, voleva solo essere scopata fino a istupidirsi. Sa cosa le piace, ha scelto il suo confine e il suo confinamento. Le tre donne di questo libro sono forti, sono alleate anche quando non stanno dalla stessa parte e si tradiscono anche quando sono convinte di essere leali. Splendono, mentre Simon sbiadisce; prendono vividezza, mentre lui si scontorna; fanno scelte a volte sbagliate, spesso difficili, mentre lui non si muove che di pochi centimetri, tenuto sotto ricatto dall’aguzzino peggiore: la paura della sua ombra. Il desiderio pazzo, mai provato prima, per Gillian («quella creatura improbabile, imprevista, quasi terrorizzante») non solo non basta a fargli cambiare vita, ma lo inchioda ancora di più a quella di prima. Simon sa guardare dentro di sé, ma non sa alfabetizzare quello che vede e ci si avvita intorno; l’amore è una cosa che conosce, perché capita agli altri. Almeno fino a quando una figura elegante, consapevole, ironica, non lo prende per mano dicendogli che gli farà vedere la sua camera da letto. E lui, lo sventurato, la segue: Madeleine St John taglia la scena qui, proprio come fa Alessandro Manzoni con Gertrude, non c’è bisogno di scrivere altro.

Una donna quasi perfetta è anche un romanzo sul doppio e sui bivi: ogni donna è insieme specchio e negazione dell’altra. Agli occhi di Simon, Gillian è più curata e meno materna di Flora, che a sua volta è più gradevole di Lydia. Il lettore capisce che Simon si è innamorato di Gillian grazie a ciò che non succede fra lui e Lydia: la moglie gli chiede di accompagnare a casa la sua amica e lui obbedisce malvolentieri, poi, prima di salutarla, ha la tentazione di baciarla. Quel bacio resta nell’aria, come i gesti che si potrebbero compiere per noia e per rabbia, e in Simon rimane un’avversione istintiva per quella donna così poco attraente, eppure capace di risvegliare in lui una sensualità che aveva messo a tacere. Da qualche parte, anche nel lettore, permane il sospetto che sia colpa di Lydia se Simon si è poi innamorato di Gillian, alla quale invece propone lui stesso un passaggio in auto, tanto ne è affascinato. Le relazioni stanno in piedi tutte insieme: un matrimonio ha bisogno di un’amante (con o senza apostrofo), quell’amante ha bisogno di chi per qualche ragione non lo è diventata prima, e tutti quanti hanno bisogno di una romanziera talentuosa che li racconti.

Nella vita di Madeleine St John ci sono stati dolori e strappi che nella sua prosa lieve e robusta al tempo stesso si vedono in filigrana. L’uso che fa degli elementi fiabeschi e sornioni nella malinconia struggente delle commedie è tipico di chi ha conosciuto la sofferenza molto presto, e molto bene: la madre Sylvette, francese, figlia di ebrei rumeni, alcolizzata e depressa, si suicidò quando lei aveva dodici anni. Il padre non raccontò mai alle figlie cosa fosse successo, costringendole a intuire da sole la verità. Per capire che sforzo di intelligenza suscita in una bambina un simile colpevole silenzio degli adulti, possiamo prendere a metro il precoce snobismo di Madeleine, che, rinchiusa in un collegio che nella sua memoria si sovrappose a quello di Jane Eyre, detestava le sue compagne, trovandole goffe, ignoranti, incolte. Nel corso della sua vita volle dimostrare a sé e agli altri di non avere bisogno di nessuna permanenza: lasciò l’Australia, la terra del padre, lasciò la California, dove era andata a vivere con il marito, e lasciò anche il marito, uno sceneggiatore (come Simon, il protagonista di Una donna quasi perfetta). St John detestava tutto quello che si metteva alle spalle, posti, famiglie, atmosfere; poiché si sentiva profondamente inglese, la cittadinanza britannica deve esserle sembrata il naturale complemento della sua anima aristocratica e snob. Visse in Inghilterra altalenanti fortune, affrontò la povertà con eleganza, continuò sempre a fumare tantissimo, a indossare cachemire, a mangiare delizie da Harrods, e quando non poteva permettersele le rubava. Per mantenersi a Londra, aveva lavorato in una libreria ed era stato lì che aveva deciso di cominciare a scrivere, ritenendo di essere più brava della maggior parte degli scrittori che era costretta a vendere. Intanto, abbozzava segretamente e furiosamente una biografia di Madame Blavatsky, filosofa e occultista, che non vide mai la luce: spavalda sulla scrittura degli altri, era così esigente e fragile sulla propria da distruggere il manoscritto per intollerabile insoddisfazione.

Nelle foto, Madeleine St John ha il sorriso alieno e schivo di una donna abituata a passare molto tempo da sola, a prendere il tè coi fantasmi, a chiudere porte, a inventare mondi a specchio. Da ragazzina, a scuola, eccelleva nel canto e nella danza, e di quella levità c’è traccia nella signora nervosa che evita l’obiettivo. Il segreto della sua brillante, profonda e inquieta leggerezza è nello sguardo che si sposta per mettere a fuoco altrove qualcosa di più perfetto, di più universale. Lì dobbiamo seguirla anche noi, in quell’arte che allevia senza consolare: a una esistenza cui non sono mancati dolori, non è mancata nemmeno la nobile capacità di farne commedia.

 

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Fonte: www.illibraio.it