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“Nell’arte è essenziale il contagio. Come si può fare teatro adesso?”: Alessandro Bergonzoni si racconta

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Si apre con un consiglio, Aprimi Cielo – Dieci anni di raccoglimento, articolato di Alessandro Begonzoni, libro uscito per Garzanti: “Aspettate una vita prima di confermare la morte, spaziate nel costretto, sommate le orecchie agli occhi, moltiplicate le braccia per per le dita, portate al cuore una mano e alla bocca un regalo”. Quello che ci dice l’attore, scrittore, drammaturgo e artista – insomma un vero e proprio uomo polýtropos, versatile e dal multiforme ingegno – sostanzialmente è di vivere: vivere nella luce, oltre stelle, oltre la nostra ordinaria e canonica visione del mondo.

aprimi cielo Alessandro bergonzoni

C’è qualcosa di trascendentale nelle sue parole e nei suoi messaggi. Tanti i richiami a un linguaggio biblico (“Ero forestiero e mi avete abbattuto la foresta. Ero castano e svenuto e mi avete ossigenato”; “la rissa è finita andate in pace”) – e a un immaginario ultraterreno, fatto di sogni, di amore universale e di cieli che si aprono – del resto non è una novità: era forte la dimensione spirituale anche nei suoi precedenti spettacoli Urge e Trascendi e sali: “Non mi fa paura usare la parola spiritualità“, racconta Bergonzoni, nato a Bologna nel 1958, intervistato da ilLibraio.it, “il nostro compito è sporgerci sempre oltre: non possiamo più soltanto trasecolare e trasalire. Dobbiamo trascendere e andare a cercare un’altra medicina che ci guarisca, il vaccino che fa per noi ma facendolo noi: scendendo nelle piazze, manifestando quotidianamente, andando a cercare l’oltre“.

Difficile, però, immaginare di andare oltre in un periodo così instabile e incerto, in cui risulta complesso anche solo guardare – e decifrare – quello che succede davanti ai nostri occhi. Eppure, nonostante l’assenza di certezze, l’artista emiliano rimane ancorato ai suoi comandamenti (o sarebbe meglio dire domandamenti): “porsi dei dubbi, tentare l’intentabile, pensare l’impensabile e l’indispensabile. Non possiamo più restare nella situazione attuale, dove i sani sono sani e i malati sono malati; quelli che hanno il virus ce l’hanno e quelli che non hanno il virus non ce l’hanno. Noi siamo sullo stesso asse terrestre, ed è questo che unisce tutto. Non per nulla sono così fondamentali i collegamenti e i ponti tra le persone. Noi stessi siamo pontefici, nel senso che dobbiamo costruire ponti per dimostrare che ci sono delle mancanze. Io credo nel contrario di dividi et impera: unisci e impara“.

Unione e collegamenti: sono senza dubbio questi gli ingredienti essenziali di chi ha fatto del teatro la propria vita. È quindi inevitabile chiedersi come stia reagendo adesso chi lavora nel mondo dello spettacolo, uno dei settori che, forse, insieme al terziario, ha più subito i colpi delle necessarie misure di sicurezza post-lockdown: “È vero, è un periodo difficile per l’arte e per il teatro. Ma anche per tutta quella parte di invisibili, e cioè i tecnici, gli operatori, che in queste condizioni si sono trovati senza lavoro. Perché qualcuno dice che con la cultura non si mangia, ma io dico di più: con la cultura si vive. È ovvio che sono importantissime sanità e scuola, ma non può essere dimenticata la parte artistica, che riguarda la bellezza”.

Allora forse bisognerebbe trovare altre strade, prima sconosciute o comunque inesplorate. Sono molti ad aver intrapreso la via del digitale, aprendosi a dirette social e festival in streaming, scoprendo nuove forme di comunicazione per veicolare la propria arte: “Per l’arte figurativa, però, è un discorso diverso rispetto al mondo dello spettacolo. Magari a un’esposizione puoi entrare e fruire di un’opera uno alla volta. Ma per il teatro non è così. È tutto un fatto di relazione, di essere insieme, di collettività. In teatro non si può parlare attraverso un vetro, ma bisogna infrangerlo. E adesso è molto difficile”.

E provare a sperimentare qualcosa su internet? In fondo potrebbe rivelarsi un canale stimolante anche per tentare nuove performance, specialmente per un artista come Bergonzoni: “Devo essere onesto, questo è un tasto delicato. Io faccio molta fatica, ma questo è un limite mio. Mi spronano a prendere visione di altre forme di comunicazione, ma non ci riesco… Internet per me è una memoria dei miei spettacoli passati, una sorta di raccoglitore. Ma se dovessi apportare delle modifiche tali da fare uno spettacolo per la rete, non so… devo dire sinceramente che sono molto contrario, molto affaticato da quest’idea. Anche ora, con il distanziamento sociale, l’attore ha un problema, sente che c’è un problema. Sente che si è rotto qualcosa, che qualcosa si è interrotto. E dato che siamo in tema, ecco, la parola centrale nel teatro per me è contagio. A volte la gente viene in camerino da me e mi dice ‘ti ho sentito. È passata corrente, è passata energia’. E come fai a sentire questo attraverso il video?“.

Eppure ci sono stati diversi tentativi interessanti, dai concerti nei videogiochi alle visite dei musei in streaming che, non va dimenticato, in questi mesi complicati hanno tra l’altro permesso di vivere esperienze artistiche a molte persone a cui prima erano precluse – per motivi economici o di disabilità: “Certo, anch’io ho assistito a tante iniziative che mi hanno colpito. Ma queste soluzioni – forse anche un po’ per scaramanzia – non riesco a vederle come definitive“.

Torniamo quindi al libro, in particolare a quella frase iniziale, “ai chiusi dentro e a chi attraversa ogni stremare”, un appello che parla appunto di apertura, di amore e di coraggio. Parole che assumono un valore ancora più profondo nello stato di emergenza che stiamo vivendo. Il volume – in cui Bergonzoni (già autore per Garzanti di L’amorte e di altri libri) raccoglie oltre dieci anni di ricerca dagli articoli del Venerdì di Repubblica – è autonomo, viaggia da solo, frammenti isolati come nuvole, che si leggono con leggerezza e spontaneità. Il tutto nello stile – indefinibile – dell’autore bolognese: comico, surreale, assurdo, onirico e allo stesso tempo arguto, puntuale pronto a cogliere tutti quei nessi che si nascondono nell’universo: “Tanti credono che io giochi con le parole, ma in realtà sono le parole che chiedono a tutti noi un altro apporto, un altro significato. Noi ci dobbiamo rialfabetizzare, cercare una nuova ortografia mentale”.

E da dove si può ricominciare? “Il grande lavoro è da effettuarsi nella scuola. I ragazzi e i bambini devono avere una misura artistica e poetica. I poeti sono gli adetti all’universo. Il tema è universale e riguarda tutto e tutti, la terra, la natura. Abbiamo dei problemi enormi, ma è l’enorme che dobbiamo osservare. E non solo le norme. Bisogna ricercare un altro tipo di linguaggio, ma anche un altro tipo di silenzio. La lingua è un mistero, e non solo un ministero“.

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Fonte: www.illibraio.it