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“New Power. L’arte del potere nel XXI secolo”: dalle vecchie gerarchie alle startup

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Che cosa hanno in comune il presidente Donald Trump, una startup come Uber e Papa Francesco?

Chi pensa che la risposta abbia qualcosa a che fare con il porre la prima pietra (o mattone) è fuori strada… ma non del tutto. Secondo Jeremy Heimans ed Henry Timms, ciò che li accomuna è la capacità di distribuire il loro immenso potere, persino aumentandolo, nelle mani di tutti. O meglio, di tutti coloro che con cui condividono una missione, un’ideologia, o semplicemente una passione per le costruzioni.

Jeremy Heimans Henry Timms new power

New Power. L’arte del potere nel XXI secolo (Einaudi Stile Libero, traduzione di Maria Grazia Perugini) esordisce con una definizione del filosofo Bertrand Russel, che descrive il potere come la capacità di esaudire i desideri. Se nel mondo moderno questa virtù era affidata esclusivamente a un’élite fortemente strutturata, nel panorama post-moderno questa capacità è deposta nelle mani di tutti: ad aver permesso questa transizione verso il basso è la rete, strumento non più relegato all’ambito della comunicazione quanto, piuttosto, a quello dell’azione.

“Ora che le persone non si accontentano più di consumare idee ma si aspettano di avere un ruolo nello svilupparle, metterle a punto e propagarle a un pubblico potenzialmente illimitato, che cosa rende le idee vincenti nel XXI secolo?”

A metà tra un manuale per aspiranti startuppers e una storia recente della New Economy, l’opera di Heimans e Timms permette di inoltrarsi in un mondo di imprese segnate da partecipazione diffusa, crowdfunding, personalizzazione dei contenuti e movimenti privi di leader carismatici, da #MeToo a #BlackLivesMatter.

Un viaggio che esplora le differenze tra il vecchio potere verticale, contraddistinto da leader autoritari, conservazione dei ruoli e finanziamenti privati, opposto al nuovo potere orizzontale, dove ognuno è il capo della propria attività, guadagna attraverso una rete di partecipazione e dona il proprio piccolo contributo economico.

“Ogni comunità di nuova concezione presenta tre elementi chiave: i partecipanti, i super-partecipanti e i proprietari o gestori della piattaforma”.

Le storie di successo in questo ambito sono molte, e cariche di grande ispirazione. Come il leggendario Star Citizen, videogioco di simulazione promesso nel 2012 da Chris Roberts e non ancora rilasciato, che ha raccolto negli anni oltre 300 milioni di dollari grazie alla volontà dei fan di partecipare attivamente alla creazione dell’universo e al design delle navicelle. Oppure l’ascesa di Reddit, tra le piattaforme più anarchiche del web, in cui i contenuti erano direttamente creati e gestiti dagli utenti, all’infuori di qualsiasi controllo che, una volta sopraggiunto, ne avrebbe sancito la fine. Nelle comunità fondate sul nuovo potere l’obiettivo non è il prodotto, ma la partecipazione nel realizzarlo.

“Adottare il nuovo potere in modo significativo e ricavarne un risultato in qualche misura significativo richiede la volontà di cedere almeno una parte del controllo e accettare una serie di conseguenze, compresa una risposta che si potrebbe non considerare ideale”.

Eppure il rapporto tra new e old power non è del tutto esclusivo: le più grandi realtà del XXI Secolo si presentano come un ibrido di metodi e valori dei due poteri. È il caso delle parabole speculari di Barack Obama e Donald Trump: mentre il leader democratico è stato capace di generare un’onda di partecipazione iniziale, per poi instaurare un modello di governo tradizionale, Trump ha invece promesso un futuro autoritario ma, di fatto, traendo potere dal disordine e dalle opinioni del suo elettorato, che gli fornisce giornalmente un’agenda di governo sgangherata.

L’opera di Timms e Heimans è dunque molto lontana dall’essere un trattato filosofico sulla distinzione tra bene e male: è piuttosto un’utile bussola per orientare il proprio operato in un mondo sempre più condiviso, per fungere da ponte tra la realtà e la sua versione 2.0.

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Fonte: www.illibraio.it