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Non usate il “piuttosto che” disgiuntivo, ma…

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grammmatica per cani e porci

Piccoli smottamenti

Molte persone tutt’altro che fanatiche o puriste considerano il piuttosto che della frase del quiz 21 il grande abominio dell’italiano contemporaneo. Per Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, quell’uso e molto peggio della presunta decadenza del congiuntivo.

E chiaro che in italiano piuttosto che ha sempre significato “anziché”: serve a esprime una comparazione e una preferenza.

Poi, per qualche ragione, ha preso piede (la colpa viene attribuita di solito ai milanesi) questo nuovo uso “disgiuntivo”: la frase del quiz significa esattamente “La mattina mangio biscotti o una fetta di torta o pane e marmellata”.

E davvero sbagliato questo piuttosto che? Sì, e da grammatico pratico lo sconsiglio vivamente, prima di tutto perché introduce un’ambiguità non necessaria. Nella frase del quiz il senso e chiaro, ma osservate quest’altra: Andrei a Milano piuttosto che a Como.

Una volta non ci sarebbero stati dubbi: chi parla sta esprimendo una preferenza (andrebbe a Milano anziché a Como). Oggi e molto probabile che il significato sia invece “Andrei a Milano o a Como, e indifferente”. Infatti in una conferenza stampa un funzionario pubblico ha dichiarato: “La decisione spetterà alle autorità nazionali piuttosto che regionali”. Nel buon vecchio italiano standard, sarebbe stata una presa di posizione a favore delle autorità nazionali. Viste le abitudini linguistiche del funzionario in questione, pero, e praticamente certo che intendesse “nazionali o regionali”.

A me capita spesso di rinunciare a scrivere un piuttosto che del tutto “regolare” (uso invece di, anziché) per paura di essere frainteso e anche, lo confesso, di essere rimproverato, visto che molti ormai considerano il piuttosto che il Male a prescindere. Siccome chi ha adottato il nuovo senso infarcisce qualunque discorso di piuttosto che disgiuntivi, mentre chi non si rassegna all’ambiguità rinuncia a usarlo per evitare i fraintendimenti, otteniamo un risultato paradossale: la moneta cattiva scaccia la buona, e la nuova accezione si avvia a prendere il sopravvento. E la fine dell’italiano come l’abbiamo conosciuto finora? Non esageriamo. Qualcuno ha fatto presente che in fondo un destino simile e toccato proprio alla congiunzione o. O deriva dal latino aut, che di solito serve a distinguere due concetti che si escludono a vicenda (un aut aut – che naturalmente nessuno di voi scriverà in inglese maccheronico out out – e una scelta secca a cui non ci si può sottrarre). Pero in italiano la congiunzione o ha assorbito anche il valore del latino vel, che invece distingue due concetti non troppo diversi e serve anche a introdurre un chiarimento del concetto precedente. Insomma, la stessa congiunzione ha sia valore esclusivo (“o mangiar questa minestra o saltar questa finestra”) sia valore inclusivo (“abbiamo spezzatino o arrosto”). Se e ambigua una parola importante come o, può benissimo capitare che lo diventi anche il piuttosto che. Quindi: non usate il piuttosto che disgiuntivo (io lo chiamerei disgiuntivo-inclusivo), ma non facciamone una malattia se questa accezione diventasse prevalente.

IL LIBRO E L’AUTORE – La grammatica e in generale le questioni attorno alla nostra lingua ci coinvolgono, mobilitano le folle sui social e di conseguenza i giornali e le tv, scatenano indignazioni e polemiche. Insomma, interessano a cani e porci. Attenzione: non è un insulto. Non a caso, si intitola Grammatica per cani e porci (Ponte alle Grazie) il nuovo libro di Massimo Birattari, consulente editoriale, traduttore e autore, tra gli altri, di Italiano. Corso di sopravvivenza (TEA), È più facile scrivere bene che scrivere male (Ponte alle Grazie) e, per ragazzi, Benvenuti a Grammaland, La grammatica ti salverà la vita, Scrivere bene è un gioco da ragazzi, Leggere è un’avventura, Terrore a Grammaland e L’Italia in guerra (tutti Feltrinelli Kids).

Grammatica per cani e porci

La grammatica ci tocca da vicino, ci riguarda tutti, tutti sentiamo di aver qualcosa da dire sulla lingua che parliamo. Però, per prendere una posizione sensata (ed evitare inutili arrabbiature) è necessario avere cognizione di causa. Il nuovo libro di Birattari, che gestisce anche il blog Grammaland.it, è un viaggio nella lingua parlata e scritta oggi in Italia. Parte dagli strafalcioni (non tanto degli incolti quanto dei professionisti), passa alle “regole” (spesso di fantasia) ereditate dalle elementari ed erette a paradigma di un’età dell’oro in cui tutti parlavano e scrivevano meravigliosamente (al contrario dell’abominio in cui saremmo precipitati), esamina alcuni problemi che dobbiamo affrontare quotidianamente e finisce per interrogarsi sulla natura e sul senso delle regole, e sulle risposte che un Homo grammaticus – il protagonista, insieme ai Cani e ai Porci, delle divertenti vignette di Niccolò Barbiero che accompagnano il testo – può fornire alle nostre domande.

Gli obiettivi di Birattari (qui i suoi articoli per ilLibraio.it) sono due. Il primo è dare un contributo allo sviluppo della consapevolezza linguistica, la nostra unica bussola nel momento del bisogno grammaticale. Il secondo è instillare la convinzione che l’italiano è uno strumento prezioso, da maneggiare con cura: una lingua corretta – e magari semplice, chiara, precisa, efficace – migliora grandemente la qualità della vita di una nazione.

 

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Fonte: www.illibraio.it