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Oyinkan Braithwaite racconta “Mia sorella è una serial killer”, tra psicologia e rapporti di potere

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Oyinkan Braithwaite (nella foto di studio24, ndr), scrittrice nigeriana classe ’88, firma una delle uscite più interessanti dell’estate: Mia sorella è una serial killer (La Nave di Teseo), un romanzo che mescola generi, tematiche e piani di lettura (e che sembra fatto apposta per essere trasformato in una serie Netflix).

Braithwaite non è estranea al mondo dei libri: già autrice di racconti, grafica e collaboratrice editoriale a Lagos, ha studiato scrittura creativa in Inghilterra. Infatti, nonostante Mia sorella è una serial killer sia un esordio (e la narrativa breve e quella “lunga” abbiano meccanismi differenti), dietro la sua penna si intuisce comunque la dimestichezza di chi conosce il mestiere. Una dimestichezza che ha permesso a Braithwaite di confezionare una storia credibile seppur incredibile, che si regge adeguatamente su una buona gestione della trama e su personaggi definiti e ben delineati.

Ma di cosa stiamo parlando, quindi? Mia sorella è una serial killer racconta la storia di due sorelle smaccatamente diverse, spesso in contrasto eppure affiatate: Korede, la maggiore, infermiera assennata, con una vita regolata dalla più limpida razionalità e decisamente protettiva nei confronti della secondogenita, Ayoola, egocentrica e sregolata. Ma soprattutto, rispetto a Korede, che non si è mai sentita attraente, Ayoola è portatrice di una bellezza smaccata, che ammalia all’istante qualsiasi persona incontri. Non è cattiva, Ayoola, anzi: è capace di grandi slanci d’affetto, soprattutto nei confronti della sorella, ma da diverso tempo ammazza tutti i suoi fidanzati, e tocca a Korede occultare i cadaveri (non preoccupatevi, niente spoiler: tutte queste informazioni le trovate nelle prime pagine).

Mia sorella è una serial killer, Oyinkan Braithwaite

Come si potrà immaginare, le cause dietro i gesti di Ayoola sono più profonde di una generica pazzia, ma Braithwaite è estremamente abile a mantenersi sull’orlo del dubbio, a coinvolgere il lettore lasciando sempre fuori dal quadro alcuni dettagli. In questo modo la commistione tra generi diventa evidente, in un continuo gioco con il lettore che ha l’impressione, nella medesima scena, di trovarsi davanti a un thriller, a un racconto splatter, a un romanzo psicologico, o a una storia d’amore.

“Non è stata una decisione consapevole”, ha dichiarato Braithwaite contattata da ilLibraio.it, “la verità è che non avevo in mente nessun genere in particolare quando mi sono messa a scrivere, né immaginavo che avrei mandato quel lavoro a un agente, e questo mi ha dato abbastanza libertà per lavorare senza preoccupazioni esterne”.

A questa pluralità di generi, frutto di un approccio alla scrittura libero da sovrastrutture, si affianca una pluralità di tematiche, che emergono dalle vicende personali e non di Korede e Ayoola: la riflessione sulla visione distorta della bellezza nella società, le dinamiche di potere, sia tra generi che in famiglia, la differenza tra classi sociali e la pressione, sempre sociale, imposta dai social media. “L’unica cosa che avevo in mente, quando ho iniziato a scrivere, era parlare del ‘come’ la società si relaziona con la bellezza”, ha spiegato l’autrice, “tutti gli altri temi si sono insinuati durante la scrittura: sono questioni su cui ho riflettuto in diversi momenti (e a diversi livelli) nel corso degli anni, credo sia naturale che si siano manifestate nel mio lavoro”.

Le azioni dei personaggi, e di Ayoola e Korede in particolare, sono pervase da una psicologia sottile: lo vediamo in alcuni gesti ripetuti da entrambe le sorelle, in Ayoola l’attitudine alla menzogna, che sembra un riflesso condizionato, un automatismo privo di reale intenzionalità. In Korede, invece, il lettore ritrova nella sua quotidianità la stessa perizia con cui pulisce la scena del crimine nelle prime pagine: dovunque passi, in casa o in ospedale, Korede si lascia dietro una scia di ordine maniacale. Ma se la relazione tra le due protagoniste (e i loro comportamenti sociali) sono la risposta più o meno consapevole a traumi pregressi e sono plasmate dall’esperienza famigliare, alla psicologia spesso si affianca la genetica: l’elaborazione del trauma, il modo in cui Korede e Ayoola rispondono alle esperienze esterne, sono in gran parte dovute alla loro predisposizione caratteriale. Anche per questo il loro è un rapporto poco equilibrato, in qui la sorella maggiore si trova continuamente a cercare di interpretare attitudini altrimenti al di fuori della sua comprensione.

Nei rapporti famigliari, inoltre, sono presenti elementi che a un lettore occidentale possono sembrare estranei, strettamente legati alla realtà nigeriana, che permettono all’autrice di sviluppare dinamiche difficilmente attuabili in altri luoghi. Così come alla Nigeria fanno riferimento altri elementi della storia, che ne determinano l’unicità del contesto: “Ho una memoria terribile, quindi trovo più immediato ambientare una vicenda in un luogo simile a quello in cui mi trovo: in questo modo mi basta guardare fuori dalla finestra. Ambientare questa storia a Lagos, inoltre, ha permesso ai miei personaggi di cavarsela in alcune situazioni, grazie alla mancanza di telecamere a circuito chiuso, per esempio, o alla corruzione della polizia”.

Con Braithwaite, che ha vissuto in Inghilterra sia da bambina sia successivamente per motivi di studio, abbiamo affrontato anche il tema delle recenti proteste scatenate dall’assassinio di George Floyd a Minneapolis e che hanno infiammato non soltanto gli Stati Uniti ma diversi paesi del mondo. Il suo suo sguardo da Lagos verso le capitali dell’Occidente è molto limpido e rivela, ancora una volta, la pervasiva globalità delle difficoltà che si trovano ad affrontare africani e afrodiscendenti. “Sono stata profondamente toccata da tutto quello che è accaduto: in Nigeria non devo fare i conti con il razzismo, ma in passato ho dovuto affrontare micro-aggressioni e insulti a sfondo razziale”, spiega Braithwaite, e aggiunge: “E’ raro trovare una persona con la pelle nera che non abbia mai sperimentato una qualche forma di razzismo. Si impara a conviverci, ma non dovrebbe essere così. Questo attivismo ha scosso qualcosa dentro di me, come se stessi dormendo e mi avesse risvegliata”.

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Fonte: www.illibraio.it