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Parigi vista dagli occhi di chi l’ha raccontata: una guida letteraria

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Come artista, un uomo non ha altra patria in Europa che Parigi.
Friedrich Nietzsche

Immaginate i balconcini delle mansarde affacciati sui Boulevard; ascoltate il tintinnare di forchette e bicchieri sui tavoli dei bistrot; imparate a riconoscere quell’accento tanto affascinante che i francesi hanno quando parlano; sentite il profumo delle crêpes arrivare dai chioschi lungo la strada; passeggiate accanto alla Senna incrociando chi corre, chi spinge passeggini, chi dipinge muri, chi ascolta la musica in cuffia e chi lascia penzolare i piedi verso il fiume; scegliete una bottiglia di birra e sedetevi davanti al tramonto sulla città, alle luci della sera e a tutta la delicatezza che, guardandovi intorno, incrocerete.
Mentre lo fate, provate a far suonare nella vostra testa Si tu vois ma mère di Sidney Bechet, la colonna sonore di Midnight in Paris, questa qui:

Ecco, ora siete a Parigi. In quella che è forse la città più raccontata, idealizzata, amata e odiata del mondo. Parigi è tutto questo ma è anche quella de Les Misérables, de Il Ventre di Parigi e de L’assomoir. Parigi ha tante anime che negli anni autori, registi e artisti hanno saputo disegnare, restituendone un’immagine tanto ricca e controversa da renderla, per forza, tra le più affascinanti del mondo.

Ed è attraverso queste opere che la percorreremo tutta, dalla Rive Gauche alla Rive Droite. In testa Si tu vois ma mère.

RIVE GAUCHE

Prima tappa: Tour Eiffel e dintorni 
La biblioteca di Parigi, Janet Skeslien Charles

“Ora, alla scrivania della mia stanza, mi preparavo per il colloquio di lavoro all’American Library, ripassando un’ultima volta gli appunti: fondata nel 1920 era stata la prima in tutta Parigi a concedere l’accesso del pubblico agli scaffali, con utenti da più di trenta paesi, un quarto dei quali provenienti da ogni angolo della Francia”

A 350 metri dalla Tour Eiffel si trova la Biblioteca Americana di Parigi, la più grande biblioteca di prestiti in lingua inglese sulla terraferma europea. La sua è una storia lunga, che incrocia quella di Ernest Hemingway, Gertrude Stein ed Edith Wharton. E il peso specifico del suo passato aumenta durante la Seconda Guerra Mondiale quando la direttrice Dorothy Reeder sceglie di non chiudere e di continuare a raggiungere gli ebrei della città, cui era vietato l’accesso alla biblioteca e alla cultura più in generale, con i suoi libri.

La biblioteca di Parigi (Garzanti, traduzione di R. Scarabelli – qui il nostro approfondimento, ndr) è ambientato proprio in quegli anni, nel 1940, e racconta la storia di Odile che, finalmente, riesce a realizzare uno dei suoi più grandi sogni: lavorare all’American Library di Parigi. La sua missione sarà quella di proteggere una cultura in pericolo in un momento storico in cui i libri sono simbolo di ribellione, disobbedienza e resistenza e quindi devono essere distrutti. 

Seconda tappa: Hotel des Invalides e VI arrondissement 
L’eleganza del riccio, Muriel Barbery

“Mi chiamo Renée. Ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono la portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi”

Con una breve passeggiata che parte dall’American Library e costeggia l’incredibile facciata barocca dell’Hôtel des Invalides, dove riposa Napoleone Bonaparte, si raggiunge il numero 7 di rue de Grenelle, ambientazione del romanzo di Muriel Barbery L’eleganza del riccio (Edizioni E/O, traduzione di E. Cailla e C. Poli). La zona è una delle più ricche e borghesi della città. Gli abitanti del palazzo sono ministri, burocrati o titoli simili. La portinaia, che come loro risponde agli stereotipi, è sciatta, antipatica e scorbutica. O almeno in apparenza. In realtà Renée è una coltissima autodidatta, solo che nessuno lo sa. E come lei anche Paloma, figlia di un ministro per nulla degno di nota, è un’adolescente che tutti credono stupida e viziata mentre segretamente è capace di osservare e analizzare l’ambiente che la circonda con una precisione degna di un adulto intelligente. Così questi due personaggi in incognito muovono il loro sguardo nella Parigi borghese del VI arrondissement restituendoci un racconto delicato e profondissimo.

Terza tappa: rue des Saints-Pères
Il mistero di rue des Saints-Pères, Claude Izner

“Le Figaro, 13 maggio 1889.
Un rigattiere di rue de la Parcheminerie è deceduto a causa di una puntura d’ape. L’incidente è avvenuto ieri mattina alla stazione di Batignolles, durante l’arrivo a Parigi della compagnia di Buffalo Bill”

È il 1889. Gustave Eiffel sta per inaugurare la sua creazione all’Esposizione Universale mentre il libraio Victor Legris assiste alla morte di Eugènie Patinot che, su una panchina accanto a lui, si accascia dopo la puntura di un’ape. Inizia così Il mistero di rue des Saints-Pères (TEA, traduzione di C. Salina), dove l’indirizzo è quello della libreria di Victor Legris, all’angolo con il numero 7 di rue de Grenelle de L’Eleganza del riccio. Da librario, Victor dovrà trasformarsi in detective in una strana corsa alla verità che lo porterà a scoprire i lati più eccentrici di tutta Parigi

Quarta tappa: Pantheon
Un etnologo al bistrot, Marc Augé

“Bistot, o bisto, è in primo luogo una parola: una parola di origine incerta ma relativamente recente, che si è diffusa in ogni parte del mondo dando lustro alla Francia al pari del cancan e della torre Eiffel”

Parigi senza i suoi bistrot non sarebbe la Parigi che conosciamo oggi. I bistrot non sono semplici bar o trattorie, sono fotografie delle tante anime della città, quelle che gli artisti tutti hanno provato a raccontare. Ai tavoli dei bistrot, Parigi si racconta e lo fa con gesti spontanei e appena accennati. Sono quei gesti che Marc Augé, antropologo francese, sceglie di raccontare seduto al suo tavolo, da quel privilegiato punto di vista osserva ciò che gli accade intorno tra un caffè e l’altro. Un etnologo al bistrot (Raffaello Cortina Editore, traduzione di M. Gregorio) inizia proprio dall’autore, con il racconto dal suo bistrot della giovinezza in rue Fossés-Saint-Jacques, a pochissimi passi da una delle biblioteche più incredibili di Parigi, Sainte-Geneviève, dal Pantheon e dai Jardin du Luxembourg

Quinta tappa: Quartiere Latino
Festa Mobile,
Hemingway

“Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagna perché Parigi è una festa mobile”

Sul muro di una casa di rue du Cardinal Lemoine, in pieno Quartiere Latino e a cinque minuti dal Pantheon, una targa riporta questa citazione di Hemingway nel luogo che è stato per lui la prima casa parigina, insieme alla moglie Hadley, quando era ancora un giovane cronista spiantato con il sogno di diventare scrittore.

Tra le pagine di Festa Mobile (Mondadori, traduzione di Vincenzo Mantovani) si respira l’aria di quella stradina, della vicina Place de la Contrescarpe e del quartiere che all’inizio degli anni Venti ospitò uno degli scrittori che meglio seppe ritrarre lo spirito controverso della città.

Festa Mobile, ultimo romanzo di Hemingway, tra l’altro rimasto incompiuto, è dedicato alla città in cui è stato “molto povero e molto felice”.

“E poi c’era il brutto tempo. Arrivava da un giorno all’altro una volta passato l’autunno. Alla sera dovevi chiudere le finestre per la pioggia e il vento freddo strappava le foglie degli alberi di Place Contrescarpe. Le foglie giacevano fradice nella pioggia e il vento sbatteva la pioggia contro il grande autobus verde al capolinea e il Café des Amateurs era pieno di gente e le finestre tutte appannate per il caldo e il fumo dentro”.

Sesta tappa: Montparnasse
Tropico del cancro, Henry Miller

“È l’autunno del mio secondo anno a Parigi. Ci sono stato mandato per una ragione che ancora non sono riuscito a penetrare. Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo”

Nell’incantata Parigi anni Trenta, un piccolo editore pubblica il primo romanzo di Henry Miller, intitolato Tropico del Cancro (Feltrinelli, traduzione di L. Bianciardi), un racconto autobiografico che assume spesso la forma del flusso di coscienza tipico di Miller tra vino, donne, risse e arte e per questo di una forza disarmante.

La Parigi in cui si trova a vivere l’autore è una città che lui spesso considera vuota, piena solo di inutili discorsi da intellettuali. Ma è anche lo spazio perfetto dove allenarsi alla vita. Per questo Tropico del Cancro ha l’energia di una storia che è la storia di tutti noi, esseri umani in cerca di libertà. I mezzi scelti da Miller per raccontarla sono però stati fattore scatenante di uno scandalo morale che ha definito pornografico ed eccessivo il suo libro, mettendo in piedi un’insurrezione letteraria durata per tutto il secolo.

Camminando per mezz’oretta dalla casa di Hemingway verso ovest arriverete nel quartiere di Montparnasse. Lì, nell’omonimo Boulevard, si trova la libreria in cui fu esposta la prima copia del Tropico del Cancro. Una via più avanti, nel cimitero di Montparnasse, riposano Charles Baudelaire, Julio Cortázar, Simone de Beauvoir e Guy de Maupassant.

RIVE DROITE

Settima tappa: le fermate della metro
Zazie nel metrò, Raymond Queneau

“Parigi è solo un sogno, Gabriel è solo un’ombra, Zazie il sogno di un’ombra (o di un incubo) e tutta questa storia il sogno di un sogno, l’ombra di un’ombra, poco più di un delirio scritto a macchina da un romanziere idiota”

Parigi è affascinante anche vista da sotto terra e Zazie lo sa bene. Ragazzina ribelle e un po’ insolente arriva a Parigi negli anni Cinquanta dalla provincia francese, con il grande sogno di vedere il metrò. E ci riesce. E attraverso quello strano viaggio incontra una serie di personaggi degni di uno spettacolo teatrale colorato e tragicomico: un taxista, una vedova consolabile, un calzolaio malinconico, un pappagallo e molte altre sagome.

Per ripercorrere il viaggio di Zazie si può andare alla scoperta di alcune delle fermate della metropolitana più magiche di Parigi. Tra queste: Louvre-Rivoli, che pare essere un corridoio dello stesso Museo del Louvre, con riproduzioni di sculture e altre opere; Bastille, le cui pareti raccontano con mosaici piastrellati i più grandi avvenimenti della Rivoluzione Francese; Arts et Métiers, una fermata totalmente rivestita da fogli di rame e oblò per riprodurre l’interno di un sottomarino, in particolare il Nautilus di Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne; Concorde, un tunnel ricoperto da 44 mila piastrelle bianche con lettere blu che riproducono la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo; e infine Abbesses, la fermata dove scende Amélie per raggiungere il Cafè in cui lavora, Les Deux Moulins. Scendendo ad Abbesses e con un po’ di voglia di camminare è possibile percorrere la scala a chiocciola e risalire i 36 metri di profondità a cui si trova la fermata.

Ottava Tappa: Le Moulin Rouge
Petites Luxures. Storie intime, Simon Frankart

“Voglio che le persone abbiano uno sguardo il più neutro possibile sui miei disegni. La grafica del non detto permette agli spettatori di identificarsi e appropriarsi molto facilmente dell’immagine, di rivedere la propria storia in poche righe” 

Simon Frankart, grafico, illustratore e direttore artistico di casa a Parigi, nel 2014 inizia a pubblicare sul suo profilo Instagram Petites Luxures illustrazioni erotiche, minimal ma estremamente eloquenti. Col tempo e visto il grande successo della sua pagina, che oggi conta 1,3 milioni di followers, Simon Frankart decide di invitare i suoi fan a inviargli brevi e memorabili esperienze sessuali. Da quella condivisione di esperienze è nato Petites Luxures. Storie intime (L’Ippocampo, traduzione di F. Ascari) cinquanta racconti vissuti da uomini e donne di tutto il mondo, illustrati e messi insieme proprio a Parigi.

Per respirare quell’erotismo in città si può raggiungere il Moulin Rouge e passeggiare tra i negozi e i locali a luci rosse che si affacciano su Boulevard de Clichy tra le fermate della metro Blanche e Pigalle.

Nona tappa: Montmartre
L’assomoir, Émile Zola

“La fanciulla, svegliatasi, si era alzata piano piano, in camicia, pallida di sonno. Guardò il padre arrotolato nel proprio vomito, poi, con la faccia appiccicata al vetro, rimase là ad aspettare che la sottana di sua madre fosse scomparsa nella camera dell’altro, là di fronte”

L’assomoir (Mondadori, traduzione di P. Pellini) prende il nome dalle bettole che riempivano i sobborghi di Parigi a metà Ottocento, anni in cui è ambientato il romanzo. L’assomoir, letteralmente “mattatoio”, era infatti il luogo dove gli uomini della classe operaia annegavano nell’alcol le loro frustrazioni. In questo romanzo, Zola racconta proprio i frequentatori di queste bettole, cioè la classe operaia parigina e la sua miseria, la povertà e il degrado di una società corrotta, senza moralità e piena di vizi, come quelli dell’alcol e della droga. È una Parigi cruda quella de L’assomoir, che puzza di piscio e vino di scarsa qualità.

La protagonista Gervaise Macquart, una giovane lavandaia trapiantata a Parigi con il fidanzato e i due figli, abita il quartiere della Goutte d’Or, sulla parte orientale della collina di Montmartre, da cui si intravede la cupola bianca del Sacre-Coeur. È un tipico quartiere popolare che vede ogni giorno code di uomini in tenuta operaia sfilare verso il loro deprimente posto di lavoro, con attrezzi sulla schiena e un po’ di pane sotto il braccio.

Oggi il quartiere di Goutte d’Or rimane uno dei più economici della città e soprattutto dei più multietnici. Questa grande unione di culture e tradizioni ha portato a un grande fermento artistico, facendo diventare la zona un incubatore di nuovi talenti di ogni genere, dalla moda all’arte pittorica.

Decima tappa: Belleville
Il paradiso degli orchi, Daniel Pennac

“Gli orari della vita dovrebbero prevedere un momento, un momento preciso della giornata, in cui ci si potrebbe impietosire sulla propria sorte”

Un altro quartiere estremamente vivo e multietnico è quello di Belleville che, non a caso, arriva come ultima tappa perché meta perfetta per godersi il tramonto a fine giornata. Belleville, infatti, si trova nella zona collinare della città, a nord-est di Parigi.
È qui che abita Monsieur Malaussène, protagonista de Il paradiso degli orchi (Feltrinelli, traduzione di Y. Mélaouah), a pochi metri dal cimitero di Père-Lachaise dove riposano Jim Morrison, Theodore Gericault, Honore de Balzac, Marcel Proust, Amedeo Modigliani e tantissimi altri personaggi illustri. La vita di Malaussène, che di mestiere fa il capro espiatorio, attraversa quella dei membri della sua numerosa famiglia quasi disneyana: Louna, Clara, Therèse, Jeremy, il Piccolo e il cane Julius. Pennac, come sempre, riesce a raccontare le vicissitudini di questa strana banda di personaggi, occupata a indagare su una serie di attentati in un Grande Magazzino, con un misto di ironia e coltellate allo stomaco.

E così questa è Parigi con la sua arte, la musica jazz, i bistrot dalle luci calde ma anche, a volte, un forte odore di alcol scadente.

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Fonte: www.illibraio.it