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Partire (o restare) mille e altre mille volte: “I viaggiatori” di Regina Porter

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Leggere I viaggiatori di Regina Porter, uscito per Einaudi nella traduzione di Norman Gobetti, è come stare seduti in un caffè e osservare i tavoli intorno. Gli avventori entrano nel locale, si siedono a gruppi di due, di tre; ogni tanto, una persona si alza e va a salutare un’amica che si trova un po’ più in là, magari non è un’amica ma è la cugina, e i tavoli cambiano conformazione, la gente si alza e si mescola, a parte la persona nell’angolo che guarda e ascolta tutto.

Nelle loro storie non sembra esserci un inizio che non sia la nascita, e potrebbero continuare fino alla fine naturale della vita; che fine davvero non è, perché una storia si tramanda nella memoria di chi rimane, o trova la sua via semplicemente attraverso un’altra vita.

A mettere con sapienza i paletti, a segnare i confini dentro cui il tempo si ordina e si organizza linearmente, ci pensa Porter, drammaturga e scrittrice al debutto, uscita niente meno che dal celebre Iowa Writers’ Workshop, che conta tra gli alumni Flannery O’ Connor, Michael Cunningham, Yiyun Li, A.M. Homes e anche un Raymond Carver che non completò il programma.

I viaggiatori - Regina Porter

Quattro nuclei famigliari, tre diverse generazioni, si muovono tra la Buckner County (Georgia), New York, Memphis, Portsmouth; ma anche tra la Francia e la Germania, e per alcuni di loro la strada passa per il Vietnam dell’occupazione americana.

Per orientarsi nel loro cammino, e per seguire i loro intrecci, il libro si apre con una lista dei personaggi: i viaggiatori sono trentacinque (e ci sono un po’ di gemelli), divisi tra i Vincent, i Christie, i Camphor e gli Applewood, più alcuni singoli, alcune isole che gravitano intorno a loro.

I Vincent e i Camphor nascono come (bianche) famiglie di vigili del fuoco: James Samuel Vincent Jr e Charles Camphor romperanno la tradizione, diventando uno avvocato e l’altro banchiere. Incidentalmente, uno sarà il padre del figlio dell’altro. I Christie e gli Applewood sono neri, Eddie e Jeb sono lontani cugini, e si trovano insieme sulla USS Olympus: come tanti partiti per il Vietnam, commetteranno un’azione che li perseguiterà e metterà a dura prova la loro salute. L’unica guida che Eddie ha con sé è una copia sgraffignata a un ufficiale di Rosencratz e Guildenstern sono morti, opera teatrale di Tom Stoppard ispirata ai due falsi amici di Amleto, latori inconsapevoli della loro condanna a morte. Gli ex compagni di studio di Amleto diventano il supporto di Eddie, che una volta tornato nel South Bronx continuerà a dialogare con loro, ripetendo le battute che conosce a memoria e che ha insegnato alle figlie: la minore, Claudia, diventerà una studiosa di Shakespeare, e sposerà Rufus, figlio di James Samuel Vincent Jr, saldando così uno dei tanti legami che uniscono in maniera casuale queste famiglie. Gli altri Applewood, cugini di Jeb, sono i vicini di casa dei Camphor: il giovane Hank Camphor vorrà sempre invitarli a casa, ma Charles non la considererà una buona idea.

I tanti matrimoni presenti nel romanzo spesso scricchiolano, nascondono abissi dove sembrano unire di più le persone. Agnes Miller diventa la moglie di Eddie Christie dopo aver tanto amato Claude Johnson: è in quella sera del 1966 in cui Claude e Agnes vengono fermati da un poliziotto in Damascus Road che avviene qualcosa di indicibile -ma intuibile- che devierà il percorso di Agnes, dando l’avvio a una catena di altri eventi che inciderà inevitabilmente sulle vite degli altri. Inciderà su Claude come inciderà su Eloise, amica di infanzia e poi amante di Agnes, che proverà a risolvere il proprio dolore e a cercare uno spazio per sé girando per l’Europa, con la foto di Bessie Coleman, prima aviatrice nera, come santino.

Tutti i personaggi, spinti da diverse motivazioni e diversi contesti, si trovano davanti la stessa scelta: partire, talvolta rimanere sempre in movimento, o restare – e, come nel caso di Fiona Applewood, può essere una decisione ancora più coraggiosa. I figli dell’America narrata da Regina Porter non si sottraggono al loro destino di viaggiatori – e se fisicamente non si spostano, ne sono ben consapevoli.

Ogni azione anche minuscola si riverbera su quello che faranno, su quello che penseranno le altre persone, sullo sfondo di un’America che passa dalla segregazione razziale alla prima presidenza Obama, senza tuttavia che si senta il bisogno di porre delle pietre miliari. È già tutto lì: nella giovane coppia che di ritorno da un concerto jazz vede il lampeggiante della polizia nello specchietto retrovisore, nel rifiuto di Charles Camphor di invitare in casa i benestanti vicini neri – preferendo la compagnia di chi può aiutare economicamente per pulirsi la coscienza.

I viaggiatori si spostano dalla Georgia verso il mitologico Nord, che sa solo nascondere il razzismo dietro parole più accorte. Le vite di tutti proseguono secondo gli stessi schemi, i vecchi dolori si ripropongono, mutati dal tempo e dalla crescita, ma costanti; e una buona parte di loro affronta la personale battaglia su quello che è e quanto attrito questo porterà con il resto del mondo, mentre la parte più privilegiata si chiuderà nelle proprie angoscie, nei tradimenti, e qualche volta negli affetti, cercando un po’ di redenzione nel contatto umano.

La narrazione di Regina Porter potrebbe davvero andare avanti indefinitamente, e sarebbe un piacere: ogni capitolo è costruito come fosse un racconto a sé, non fosse che è tutto connesso.

Come in una pièce teatrale ognuno entra in scena e cerca di portare avanti le proprie battute, senza sapere, come Rosencratz e Guildenstern, cosa lo attende dall’altra parte del mare. Saltando da un anno all’altro, da un paese all’altro, nei Viaggiatori si ritrova il gusto purissimo del farsi raccontare una storia. In effetti, parecchie storie.

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Fonte: www.illibraio.it