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“Perché il fascismo continua a occuparsi di noi?”. Lo storico Filippi racconta il suo nuovo saggio

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Ma perché siamo ancora fascisti? (Bollati Boringhieri), il nuovo saggio dello storico della mentalità Francesco Filippi, è il tentativo di dare, in forma storiografica, la risposta a una domanda che segna il presente italiano (e non solo).

Il tema, delicato e attuale, è stato scoperchiato con la pubblicazione precedente di Filippi, Mussolini ha fatto anche cose buone, un libro demistificatorio dell’ideale contemporaneo del fascismo che, con il suo successo, ha dimostrato che il ventennio italiano è tutt’oggi “un conto rimasto aperto” (non a caso diventato il sottotitolo della sua nuova indagine).

Il nuovo libro si pone una domanda ambiziosa la cui risposta, che non può che essere complessa, si dirama in due parti, che Filippi definisce destruens (Cosa non è stato tolto di mezzo) e construens (Cosa non è stato costruito): nella prima viene analizzato in modo dettagliato come l’opera di defascistizzazione in vari ambiti della società, come per esempio nell’insegnamento, nell’apparato giudiziario ma anche nell’atteggiamento pubblico non abbia funzionato. Nella seconda, attraverso la considerazione del mondo culturale post-fascista e della retorica che accompagna l’opinione pubblica, si riflette su come sia stato affrontato il problema del fascismo in Italia e quale tipo di memoria si è scelto di adottare. 

In occasione della pubblicazione del nuovo saggio, Filippi ha parlato con ilLibraio.it di come il racconto pubblico italiano si rapporti con il fascismo, del legame turbolento del Paese con la memoria storica ma anche di come quest’ultima sia una delle chiavi per affrontare il momento presente.

Con il suo saggio si interroga su come l’Italia abbia, o non abbia, fatto i conti con la memoria storica del fascismo. Come mai oggi è ancora importante soffermarsi su questo periodo storico?
“Il problema del perché ci si occupa ancora di fascismo dovrebbe essere ribaltato, chiedendoci, con ironia, per quale motivo il fascismo continua a occuparsi di noi. Nel 2020, infatti, una parte consistente del nostro dibattito pubblico e politico, attraverso giornali, media, meme (recentemente persino mascherine) ha a che fare con ‘un passato che non passa’, per citare Gian Enrico Rusconi, che si riferiva al caso tedesco. In Italia il fascismo non è un argomento storicizzato e lo si vede anche durante le celebrazioni ufficiali del nostro calendario pubblico, come ad esempio le ricorrenti polemiche che affiancano il 25 aprile”.

Perché ha scelto di occuparsi di questo tema nelle sue ultime opere?
“Di lavoro faccio lo storico della mentalità e il formatore: faccio parte di Deina, un’associazione che da otto anni si occupa di viaggi di memoria, in particolare la memoria dello sterminio dell’uomo sull’uomo nella metà del ‘900. Nel confronto continuo con le ragazze e i ragazzi che incontro, che hanno un’età che va dai 17 ai 25 anni, noto che il tema del fascismo è centrale ancora oggi in alcuni momenti formativi della loro vita”.

In che modo?
“Il fascismo permea le tecnologie che costruiscono il vivere comune di oggi. Mussolini ha fatto anche cose buone è stato un derivato diretto della frequentazione con i social, in cui determinate affermazioni, che sono quelle che cerco di smontare nel libro, vengono viste come vere: da storico mi trovo di fronte al problema di una realtà percepita diversa dalla realtà dei fatti storici”.

E il nuovo libro che obiettivi si pone?
“Ma perché siamo ancora fascisti? cerca di occuparsi della domanda che, in maniera molto schietta, mi arrivava alla fine delle presentazioni. Quando ancora si poteva girare tra le regioni, senza mascherine, e stringere le mani (ride) ho girato molto l’Italia e, dopo aver presentato il primo libro, una tra le domande più ricorrenti era proprio ‘ma perché siamo ancora fascisti?’. Se questo grande insieme di stupidaggini non ha basi teorico-scientifiche, né storiche, perché il fascismo permea ancora il nostro agire pubblico e il nostro discutere quotidiano, privato e pubblico? Da questa domanda con Bollati Boringhieri e con il mio editor, Michele Luzzato, che ringrazio, è nata questa seconda avventura”.

Cosa fa esattamente uno storico della mentalità?
“I primi a definirsi cultori delle mentalità sono stati gli storici francesi della prima metà del ‘900, la generazione di Les Annales. La storia della mentalità non si ferma all’analisi delle fonti; attraverso di esse si interroga su ciò che ci vuole raccontare o meno chi questa fonte l’ha lasciata. Nei miei incontri con i ragazzi lo racconto così: uno storico della politica e uno storico dell’economia entrano al bar, ordinano un caffé, leggono i titoli dei giornali dei rispettivi ambiti per trarre un’idea di cosa è successo quel giorno in città; lo storico della mentalità è un po’ più popolano. Entra, legge i titoli dei giornali, poi si siede con gli avventori del bar e chiede loro cosa pensano di questi titoli. Spesso questo significa avere un’idea molto diversa degli eventi rispetto a quella che si può trarre dal racconto pubblico”.

Ci spieghi. 
“Ciò che la gente pensa non è spesso ciò che la gente fa; ciò che la gente vuole non è spesso ciò che la gente dice. C’è una celebre frase attribuita a Churchill, che, un po’ acidamente, sostenne: ‘Strano popolo gli italiani. Un giorno ci sono 45 milioni di fascisti. Il giorno dopo ci sono 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure il censimento non riporta l’esistenza di 90 milioni di italiani‘, che mostra come la mentalità cambi anche rispetto alle fonti storiche grazie alle quali la si può intepretare”.

Nella prima parte del libro racconta del processo di defascistizzazione, reso difficoltoso anche a causa della problematicità di definire cosa sia esattamente il fascismo. A un certo punto interviene la legge Scelba a cercare di dare una definizione: è valida ancora oggi o il fascismo è cambiato?
“La legge Scelba del ’52 nasce come una sorta di disposizione attuativa della norma transitoria che pone il fascismo fuori dall’arco costituzionale, e quindi lo rende un reato. A detta degli studiosi del diritto è una legge ‘complessa nella sua semplicità’, perché al momento di applicarla alcune definizioni risultano complesse. Che cosa fa rinascere il fascismo? L’esaltazione del fascismo è la ricostituzione del partito? La legislazione antifascista, però, non basta nel momento in cui, accanto alla sentinella giudiziaria che impedisce che un partito in Italia oggi si possa chiamare fascista, c’è tutto un sostrato di raggiramento, di ristrutturazioni, di detti e non detti, di modi di fare e di dire che sono mascherati e machiavellici. Per citare storici più grandi di me, ‘il fascismo italiano finisce nel ’45, ma i fascisti in Italia no’, anzi hanno uno o addirittura più partiti di riferimento, che non si possono esprimere direttamente in senso fascista ma che, nella pratica quotidiana, esaltano il fascismo. Questo continuo lavorìo nel riprendere pezzi di narrativa per ripulirli ci porta per esempio ai giorni nostri, in cui ci sono persone che si definiscono i fascisti del terzo millennio. Al di là del contesto di carattere giuridico, a livello pubblico non fa scandalo questo uso della terminologia”.

Nel libro fa riferimento ad alcune colpe storiche italiane del periodo fascista che non sono state affrontate, perlomeno da un punto di vista culturale. C’è ancora tempo e spazio per poterle affrontare?
“C’è sempre tempo, perché la memoria è qualcosa che si costruisce e soprattutto si rinarra. Da un punto di vista di storia della mentalità si può stare attorno ai due grandi poli, quello del proverbio arabo famoso che dice ‘gli uomini assomigliano molto di più al loro tempo che ai loro padri’ e una massima di Benedetto Croce, uno dei più grandi studiosi della filosofia della storia in Italia, che dice ‘tutta la storia è storia contemporanea’; l’interpretazione del passato, quindi, passa attraverso gli occhi del presente. Per ritracciare una memoria del fascismo non dobbiamo fare altro che abituare i nostri occhi a una rilettura più utile al nostro presente. In questo paese manca una memoria pubblica conduttiva che ci racconti quale sia la posizione del nostro sistema di valori all’interno della nostra storia, che è la storia di una democrazia nata dalla Resistenza, e quindi il sistema valoriale dovrebbe avere questo tipo di riferimento. E ciò non significa imporre una memoria a tutti, ma specificare che per vivere insieme si devono avere dei valori comuni”.

Nella seconda parte del libro lei scrive di come il mondo culturale abbia affrontato la costruzione dell’immaginario del fascismo, attraverso libri, televisione ecc, e di come questi abbiano influenzato l’opinione pubblica. Il web può avere la stessa efficacia o c’è troppa frammentarietà perché si possa influenzare in modo così unilaterale l’immaginario di una generazione?
“Io non credo che sia una questione di mezzo, è il messaggio che può avere più o meno efficacia. Qualsiasi sia il modo di portare avanti un’interpretazione del passato, il messaggio deve essere attinente al presente. Uno dei motivi di successo della propaganda fascista è proprio la sua semplicità che si abbina ai mezzi di comunicazione semplici e ai momenti di crisi. Ecco perché la retorica fascista ha successo nella piazza fisica del 1920 e al contempo nella piazza virtuale del 2020; il messaggio dell’uomo forte va incontro alla volontà di avere qualcuno che ti protegga, che io chiamo infantilismo sociale. Per rivalutare altri tipi di racconto questi devono essere altrettanto efficaci nello spiegare a tutti cosa il fascismo sia stato e quanto si sia fortunati a non avere oggi un regime come quello fascista. Il problema di attenzione alla tenuta democratica del nostro paese oggi deriva anche da un mancato racconto pubblico, e torniamo così al problema della memoria. Ci mancano sia gli appigli retorici che valoriali per opporre un racconto positivo a quello negativo e smontante del fascismo, e questo è compito di ognuno”.

Nella sua riflessione, largo spazio è stato dedicato al cinema. Come mai?
“Ho parlato in particolare di cinema, sia perché abbiamo avuto negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale tra i migliori registi al mondo, come Rossellini, De Sica, Salce e molti altri, sia perché il paese a cui si comunicava non aveva familiarità con la scrittura e quindi i grandi libri di letteratura resistenziale partigiana non hanno avuto l’impatto dei grandi film che hanno raccontato quel mondo. Questo dimostra che una buona narrativa può essere fatta in qualsiasi modo, a qualsiasi livello e con qualsiasi pubblico. Noi però abbiamo ancora quella narrativa che data 1945 con Roma città aperta. Lo dimostra il successo che ancora oggi hanno saghe come quella di Don Camillo e Peppone, tema che mi ha sempre incuriosito. Il primo film è del ’52, le novelle di Guareschi sono del ’48, eppure ancora oggi, quando escono, magari le sere d’estate, confesso che all’età di 38 anni, io li guardo e con me milioni di persone. Dovremmo riflettere sul fatto che questi stilemi funzionano ancora: per contrastare una narrativa che ha cento anni non ne possiamo usare una che ne ha ottanta, ne serve una attuale che sia post-nazionalista e post-novecentesca. Per esempio, una delle cose che mi hanno colpito di questa pandemia è che l’inizio è stata scandito da bandiere alle finestre e inni di Mameli: è un modo di ricostruire un’identità che è lecito, ma è un’identità novecentesca”.

Siamo consapevoli di vivere un periodo storico che segna una rottura. È difficile interpretare il presente mentre lo si attraversa, ma cosa ci può insegnare la storia su questo momento e quello che ci aspetta?
“Siamo consci di vivere un presente che verrà raccontato nei libri di storia; la lettura che daremo di questo presente darà anche la cifra di come ci comporteremo nel futuro. Siamo stati subissati di una serie di narrative, tra cui quella guerresca, ma è importante sottolineare che questa è ancora oggi un’emergenza sanitaria, non una guerra. Anche perché la retorica di guerra porta con sé determinati passaggi mentali”.

Ad esempio?
“Non ci sono i cittadini ma soldati; la morte è qualcosa con cui convivere e non da arginare; il nemico è fumoso e lontano, mentre noi abbiamo la possibilità di applicare una serie di pratiche per salvarci; infine, la guerra è oppositiva, mentre da un’emergenza come questa si esce solamente attraverso l’attenzione all’altro e alla solidarietà”.

Che ruolo ha la memoria in questo scenario?
“Il modo in cui tutti coloro che vivono questo momento lo ricorderanno, dipenderà anche dalla capacità di ricostruire una memoria positiva, che non significa dimenticare i problemi, ma cogliere nel tempo presente tutti i fattori che hanno contribuito a permetterci di uscire dalla crisi. Gli esempi di piccola solidarietà saranno spendibili in un mondo che ci farà conoscere tante altre persone. I ragazzi che adesso hanno vent’anni potranno cogliere la bellezza del riunirsi e dello stare insieme con gli altri proprio attraverso la mancanza e potranno abbattere queste narrative di identità brutali. Se racconteremo questa pandemia come un momento in cui ci siamo dovuti accorgere dell’altro, nel senso filosofico del termine, allora avremo reso utile la memoria di questo periodo”.

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Fonte: www.illibraio.it