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“Questo giorno che incombe” di Antonella Lattanzi: il male è un filo rosso che ci tiene tutti legati

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La tragedia si annida dove meno te lo aspetti. In un quartiere tranquillo, immerso nel verde, abitato da inquilini amabili e cortesi. Nelle giornate di sole, quelle in cui bisogna uscire, prendere aria, correre e divertirsi. Negli occhi buoni di chi sa farsi voler bene. Nei gesti pacati e affettuosi delle persone che ci sono più vicine. Non è forse questo l’aspetto più inquietante, straziante e insopportabile delle tragedie? La loro brutale imprevedibilità.

Così Francesca, protagonista di Questo giorno che incombe (HarperCollins Italia), il nuovo romanzo di Antonella Lattanzi, non immagina quello che potrebbe accadere quando si trasferisce a Roma da Milano, in un bellissimo quartiere residenziale, talmente perfetto da sembrare quasi renderizzato al computer. L’hanno scelto lei e suo marito, Massimo: è il posto ideale dove cominciare una nuova vita insieme con le loro due bambine, Angela e Emma.

Niente può andare storto. La città esplode di luce, li saluta con un sorriso spietato, invitante e benevola. I vicini si stringono immediatamente a loro, li accolgono, vogliono a tutti i costi farli sentire a casa.

questo giorno che incombe Antonella lattanzi

La casa. Quella casa che da subito appare come un luogo speciale, eletto, dove Francesca riesce a ritrovare se stessa. Anzi, dove può scoprire un nuovo lato di sé. Per la prima volta si ascolta, si conosce, prende forma in lei una nuova consapevolezza. Mentre il mondo attorno cade a pezzi, sconvolto da una sparizione improvvisa – eccola, la tragedia, crudele, che si accanisce contro i più indifesi per antonomasia, i bambini – lei non riesce che pensare a sé, al suo essere madre, moglie, donna.

Si sente egoista, ingrata, fortunata per aver scampato per un pelo la disgrazia, ma non può fare a meno di mettersi al centro. La sua trasformazione coincide con la metamorfosi della casa, che da semplice contenitore diventa confidente, amica, compagna, complice. Cassa di risonanza e di espressione, bisbiglia, suggerisce, intona, e poi cresce, ruggisce, ordina.

Ma è davvero così? Davvero Francesca l’ha fatta franca? Lattanzi, barese classe ’79, sembra dirci che il male non si arresta, non si accontenta di abbattersi su qualcuno, ma si espande a macchia d’olio, s’irradia, contamina anche chi è – apparentemente – lontano.

Ha colpito perfino l’autrice che, in una nota introduttiva del romanzo, racconta di aver deciso di dedicarsi a questa storia ispirandosi a un evento di cronaca nera realmente accaduto, un incidente avvenuto proprio nel condominio dove abitava da bambina. Lei allora era piccola, piccolissima, ma il male che si era consumato in quel luogo continuava a galleggiare nell’aria ed era chiaramente percepibile: “Lo vedevo io. Lo vedeva mia sorella. Vedevamo tutto insieme, al tempo. Era impossibile non vederlo. Ma io e mia sorella non ci chiedevamo perché. Eravamo praticamente nate lì”.

La vita quindi si fa letteratura per metabolizzare, comprendere e accettare la vita stessa. Il confine tra reale e finzione diventa sottilissimo e mobile, le carte si mescolano, chi scrive diventa in qualche modo protagonista del proprio racconto. Non a caso viene in mente un altro testo pubblicato di recente, La città dei vivi (Einaudi), il libro-inchiesta di Nicola Lagioia in cui viene ricostruito e analizzato l’omicidio di Luca Varani.

la città dei vivi lagioia

I due testi – profondamente differenti per intenti, stile, genere, natura – trovano un terreno comune proprio nella posizione dell’autrice e dell’autore, entrambi coinvolti emotivamente da due tragedie a loro estranee, ma che diventano più vicine proprio grazie alla parola scritta (“la letteratura come esercizio di prossimità“, scrive Lagioia su minima&moralia).

E forse è la tragedia – quella condivisa, quella mancata, quella ventilata, quella che ci vede vittime e quella che ci vede carnefici – il momento in cui ci scopriamo più simili agli altri, anche a quelli che, con troppa facilità, etichettiamo come mostri.

Dopo Devozione, Prima che tu mi tradisca (entrambi per Einaudi Stile Libero) e Una storia nera (Mondadori), Lattanzi torna con una storia macabra e al tempo stesso vitale, tetra e abbagliante, alla fine della quale, nonostante tutto, “rimane l’amore“.

La sua scrittura straripa, esonda, tra gli eventi e i pensieri della protagonista che agitano le pagine, concitate, piene di turbamento e azione. L’autrice riesce ad andare a fondo e intanto ad andare avanti, con movimenti spessi e larghi che si fanno spazio e travolgono come uno tsunami. L’onda sommerge e poi torna indietro, lasciando dietro di sé la consapevolezza che tutte le cose sono legate da un sottile filo rosso, che ciascuno, a modo suo, tiene stretto al polso come un braccialetto.

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Fonte: www.illibraio.it