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“Reality”: Giuseppe Genna racconta i giorni della pandemia

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Giuseppe Genna, scrittore di culto, è autore di numerosi romanzi, tra i quali Nel nome di Ishmael, Dies Irae, Hitler, La vita umana sul pianeta terra, History. Nel suo nuovo libro, intitolato Reality (Rizzoli) racconta, con il suo stile, i giorni della pandemia.

Il suo sguardo si concentra su Milano e sulla Lombardia; durante la quarantena Genna cerca di capire cosa accade intorno a lui, ma anche come si vive nei luoghi più colpiti, recandosi, ad esempio, a Codogno e a Casalpusterlengo. Sotto la sua lente ricadono le esperienze vissute da molti, come i supermercati con gli scaffali vuoti, i controlli delle autocertificazioni, la vista delle strade deserte occupate solo da rider in bicicletta, la sensazione stringente di una libertà limitata ogni giorno di più. 

Ma Genna durante la pandemia si sposta e va alla ricerca di come questa esperienza venga vissuta fuori dal suo contesto, raccontando le carceri in rivolta, le residenze per anziani il cui dilagava il virus, i funerali con un solo parente ad assistere, i reparti degli ospedali in cui sono ricoverati i malati di covid-19, il convoglio militare che porta via l’esubero di bare da Bergamo, tutti episodi furi dall’ordinario, utili per cogliere l’essenza dell’Italia che cerca di sopravvivere al dilagare del virus.

copertina reality giuseppe genna

Per gentile concessione della casa editrice, pubblichiamo un estratto su ilLibraio.it:

Il contatto è un infermiere di chirurgia toracica. Sta curvo, piegato sul cofano della bmw di un primario, posteggiata accanto all’entrata posteriore del reparto. Sta fumando con un’indolenza da sonnambulo, da fantasma.
Ha l’aspetto di un uomo ligio a dio, afferra con un gesto automatico le banconote che gli passo, le conta lento, distratto, sfiata il fumo in un sospiro grasso di stanchezza, si passa una mano sulla fronte, la mascherina è usurata, i sandali in gomma lerci. Mi fa strada. Mi porta al centro occulto del contagio. Dove rianimano. Dove li perdono.
«Ieri ne è scappato uno.» Emette una voce calda, meridionale, ha il polso largo e irsuto, piccole escrescenze di pelle sulla faccia gonfia, l’occhio cirrotico, una stazza da maschio del Sud più retrivo e umbratile. Parla secondo una calma meridiana, ritratto nell’ombra delle stanze più interne in quelle case per cui si indebitano i miei parenti siculi, coprono di cellophane i divani e ci sistemano sopra bambole a grandezza umana.
Quest’uomo viene fuori da Balzac, non da Kafka. È l’errore del tempo, di questo tempo: servirebbe Kafka, il cruccio del padre di famiglia davanti a un rocchetto di filo vivente che gli sopravvivrà, la talpa che racconta, il cane che indaga, i topi che cantano l’opera lirica, la scimmia che conciona all’accademia, il macchinario che invade il corpo prolungando l’attesa del decesso, l’agrimensore che non misura nulla, la condanna alla morte per acqua sancita contro il figlio dal genitore moribondo. E non ciò che conosciamo già. L’umano deve stupirci, deve non confermare il giudizio che da sempre abbiamo desunto dalla sua vicenda sul pianeta, fin troppo credibile. L’infrazione alla storia, non l’estrazione dalla storia.
«In che senso ne è scappato uno?»
«È scappato. Uno positivo. Era in reparto Covid» risponde mentre zoccola tra i sotterranei. Pare di essere in
The Kingdom di Lars von Trier. Le mattonelle in cotto sono viscose, una fanghiglia che sa di candeggina, qualcuno ha passato lo straccio imbevuto di un’acqua sporca, senza asciugare.
«Ma dove è andato?»
«È uscito in pigiama, a piedi nudi. Nella confusione del triage non se ne è accorto nessuno. Un uomo. Cinquant’anni. Non del tutto asintomatico, aveva le energie per correre. È uscito dall’ospedale, ha attraversato Francesco Sforza, è passato oltre l’università, verso il Verziere, piazza Fontana, poi piazza Duomo. È sceso nella metropolitana. In pigiama, nessuno lo ha fermato, ha passato i tornelli, si è precipitato sulla banchina e si è lanciato sui
binari mentre arrivava un treno. Il conducente è riuscito a frenare. Il paziente Covid è rimasto lì, col treno a un metro, il suicidio fallito, la gente che tentava di tirarlo su ed era un positivo.»
«Ma perché è scappato così?»
«Una crisi di angoscia. Ha derealizzato. È un imprenditore. Due anni fa a distanza di un mese pare che gli siano morti il padre e la madre. La moglie lo ha mollato, hanno due figli, la maggiore è stata sottoposta a sette interventi per un difetto cardiaco, un martirio, poi hanno cominciato a operargli il figlio minore, era andato in peritonite. Ha dovuto chiudere l’azienda settimane fa, per il virus, è sul lastrico. In reparto ha cortocircuitato.»
«E adesso?»
«Adesso lo hanno messo in reparto psichiatrico, che non è attrezzato per pazienti positivi. Hanno tirato su un muro in cartongesso in due ore, per isolarlo, sedandolo, lo hanno asfaltato di antipsicotici, ma è positivo, rischia di contagiare tutti. Hanno tirato su il muro, ma il bagno è in comune, non hanno la ventilazione.»
Risaliamo le scale lerce di lana di polvere, bigi, dal sotterraneo in superficie, proprio sotto il reparto dei contagiati.
Mi precede, incede con lentezza. Ha un passo da bovino, da ruminante. Un grosso animale a cui hanno piantato male il chiodo nella tempia o un muflone indifferente ai ritmi e ai fatti della savana. Mastica le parole, le assapora, sanno di castagna andata a male, le castagne con i vermi.
«Adesso sta iniziando quest’altra emergenza: la gente ha attacchi di panico, incominciano a presentarsi al pron to soccorso. Sono azzerati gli incidenti, non c’è traffico e quindi non incidentano, di politraumatici non ne arrivano, non sapremmo dove metterli. Gli psichiatri pensano che, al decimo giorno chiusi in casa, le persone finiscano per esplodere. Prevedono un innalzamento dei tentativi di suicidio. Non esiste una zona per psichiatrici positivi. Al Niguarda la hanno creata, ma se la tengono per i pazienti di loro competenza territoriale. Aspetta qui, vado a prendere il presidio.» Spalanca una porta antipanico che dà sui gravi infetti.
Il presidio è l’insieme dei dispositivi di protezione individuale con cui ci si veste per proteggersi dalla contaminazione. Medici e infermieri li indossano per sei, otto, dieci ore, devono vestirsi in due per rispettare le procedure, si svestono in due, svestirsi è più rischioso: idispositivi sono infetti, le procedure non le ricordi perché non sei lucido per via della stanchezza. Queste protezioni sono contingentate, le producono all’estero, non le vendono più in Italia, se le tengono per loro, in attesa che l’epidemia dilaghi.
Aspetto il presidio.
Attendo per un tempo che mi sfinisce.
Nella città thailandese di Lopburi si è verificata un’invasione di migliaia di scimmie affamate, percorrono le strade a centinaia, tentano di predare ovunque, non ci sono più i turisti che le sfamano, attaccano gli umani. Scimmie virali, umani virali. Al principio di tutto c’è un
pipistrello in una grotta viscosa e buia, in Cina, in regioni remote, kafkiane.
Come una scimmia lenta, brachicardica, fuoriesce dal reparto il mio contatto. Mi dà le disposizioni. Non so cosa faccio. Devo muovermi secondo standard inconsulti. Compio gesti non familiari. Mi slogo. Agisco a specchio con chi mi sta davanti e mi istruisce. Mi sento ridicolo e tragico.
Mi libero dei monili.
Mi libero delle “fonti di distrazione”, mi separo dallo smartphone.
Sanifico le mani con il gel alcolico, con lentezza e vigore incrocio le dita, sanifico il pollice, la punta delle dita contro il centro della mano, dobbiamo canticchiare per due volte
Tanti auguri a te, quello è il tempo giusto per una sanificazione soddisfacente, biascichiamo la canzoncina del compleanno, ostentando i movimenti a braccia tese in avanti.
Indosso il primo paio di guanti.
Infilo il sovracamice, cartaceo, verdino, annodo i legacci dietro il collo e alla vita, i polsini devono sovrapporsi ai guanti.
Devo sistemarmi la cuffia con precisione, lasciare dentro tutti i capelli, fasciare il collo, annodare sul retro.
Preparo il filtrante facciale FFP
3, è la mascherina professionale, devo modellare lo spazio per il naso, vanno posizionati gli elastici sulla nuca e sul collo, gli elastici non devono incrociarsi, bisogna eseguire la prova di tenuta, gonfiare con il fiato la mascherina, lasciarla aderire alla perfezione, plasmare ancora la zona del naso. Sulla fronte sistemare la fascia della visiera protettiva, la plastica rimanda il calore del volto, è il principio di una sauna biologica.
Il secondo paio di guanti, devono coprire i polsini.
Impieghiamo un quarto d’ora. Sono inesperto, la goffaggine significa contaminazione, allerta, l’attenzione allo spasimo. Tutto il tatto è rivoluzionato.
Sono isolato.
Non sento niente.
Entro.

(continua in libreria…)

Pubblicato per Rizzoli
© 2020 Giuseppe Genna. Estratto pubblicato per gentile concessione dell’autore in accordo con Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency (PNLA)

 

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Fonte: www.illibraio.it