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Resistere alla cultura dello stupro: Valentina Mira parla di “X”

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X è un’incognita, il luogo segreto sulle carte dei pirati dove si trova il tesoro. È anche il titolo dell’esordio in libreria di Valentina Mira, giornalista classe ‘91, per Fandango Libri, che è una confessione o, per meglio dire, una denuncia.

Si parla di stupro senza girarci attorno, e della pervasività dell’odio verso le donne nella nostra società, in innumerevoli dettagli a cui non si presta attenzione.

Raccontandosi in un’intervista con ilLibraio.it, Mira va a fondo di tutto ciò che l’ha portata a esporsi a tal punto, parlando delle intersezioni tra fascismo e misogina, della differenza tra il concetto di vittima e vittimismo e dell’importanza dell’idea di resistenza, per assecondare quella che è anche una necessità politica di riscatto e affermazione.

valentina mira - x

In X espone sé stessa e parti della sua vita con estrema onestà, ma prima di questo libro lei non si è mai esposta molto, sui social ad esempio. Come si sente a pochi giorni dal suo esordio assoluto?
“È da quando ero piccola che sogno di fare la scrittrice: in uno dei miei primi ricordi, avevo questo computer giocattolo su cui mi sono messa a scrivere il seguito del Re Leone, prima che uscisse quello della Disney. Dunque, da un lato ho sempre sognato di diventare scrittrice e ovviamente ho paura che la realtà non sia all’altezza del sogno di infanzia, e dall’altro sono un sacco contenta. Da ragazzina l’ultima cosa che avrei immaginato era proprio che avrei esordito con un libro su un tema così delicato, e non nego che questo mi terrorizza. Però sto facendo di tutto per placare l’ansia: faccio terapia, ho smesso di fumare, di bere, corro ogni mattina”.

Cosa l’ha spinta a raccontarsi così a fondo?
“È una necessità che ho come autrice, la stessa che ho da lettrice, cioè di trovare onestà sia emotiva sia intellettuale. Quando ho iniziato a scrivere X erano da poco successe alcune cose che hanno ispirato l’ultima parte del libro, che, a loro volta, hanno smosso una serie di ricordi per cui non bastava più la terapia: dovevo proprio elaborarle per iscritto, mi stavano a magna’ viva. E poi erano anni che cercavo un libro che raccontasse uno stupro che fosse un’esperienza riconducibile a quella che avevo vissuto io. Per parafrasare Hannah Arendt, raccontare la banalità dello stupro, qualcosa di estremamente semplice, in cui non ci sono percosse o uno sconosciuto con la pistola puntata”.

Può fare degli esempi?
“Mi vengono in mente Lucky di Alice Sebold e Io ho un nome di Chanel Miller, che parlano di un processo e di uno sconosciuto come stupratore. Non è questo che succede alla maggior parte delle persone: le denunce sono eccezioni e non regole, e gli stupratori li conosci, spesso fin troppo bene. Restando sui dati, consideri che il 90% degli stupri, in Italia e nel mondo, non vengono denunciati. Sul perché di queste mancate denunce c’è un buco narrativo, e analogamente su cosa sia uno stupro in concreto. Penso poi a quel capolavoro della letteratura che è La ciociara di Alberto Moravia: in questo caso ruota tutto intorno alla scena dello stupro (tra l’altro ambientata simbolicamente in una chiesa, a legare significati e valori altri al corpo della donna, usato strumentalmente dall’autore come metafora della guerra), peccato che con un escamotage narrativo – Moravia fa svenire la protagonista – non ci viene raccontato cosa succede. Di nuovo, lo stupro rimane un tabù. Come fai a denunciare qualcosa che neanche i libri sullo stupro osano definire? Se non ci sono parole per narrarlo, come lo dici?”.

Parlando della copertina del libro, pubblicata in anteprima sui social, lei spiega come l’ha scelta per allontanarsi da qualsiasi pattern vittimistico. Come si fa a non riconoscersi nel ruolo di vittima?
“È un tema complesso. Su questo Daniele Giglioli ha scritto un libro interessante, La critica della vittima, che gli dà un respiro politico. Penso che si può essere state vittime in una circostanza della propria vita senza per questo fondare la propria identità su quel fatto, senza sentirsi e raccontarsi come reduci. L’ideale sarebbe non fondare chi sei su una ferita, ma neanche campare di rimozione o negazione. In sintesi: un conto è essere stata vittima in un frangente della propria vita; altro è avere una posa vittimistica. Ricordo poi che storicamente ‘vittimista’ è qualcosa che si dice dei fascisti. È qualcosa che attiene al carnefice, alla sua auto-narrazione. Un esempio: 12 donne ti denunciano per stupro e vincono la causa (parlo ovviamente di Weinstein), il sistema parla di caccia alle streghe trasformandoti per magia nella vittima. È la retorica della frittata rigirata e del ribaltamento delle responsabilità. Questo è il vero vittimismo, quello che collega maschilismo e fascismo sul piano psicologico”.

Racconta che G., il suo stupratore, è all’interno dell’ambiente fascista romano e spesso nel libro lei si scaglia contro l’ideologia fascista. Ci sono legami tra la fede politica e la condotta misogina – e la cultura dello stupro in particolare?
“La violenza maschile non ha un colore politico di per sé, nel senso che nella pratica viviamo in una società in cui il sessismo lo succhiamo col latte materno tutte e tutti, ed è dopo che puoi smarcarti o meno, ma nessun ambiente ne è scevro. Detto questo, però, bisogna fare un distinguo: il fascismo è storicamente un’ideologia sessista, nonostante i tentativi di rebrandizzarla dei cosiddetti neofascisti. È teoria e pratica di maschilismo – e di razzismo, e di antisemitismo – e non c’è bisogno di scomodare lo stupro di gruppo di Viterbo di un paio di anni fa per dimostrarlo. La differenza con le altre parti politiche è che i fascisti fondano proprio il loro credo sulla subordinazione della donna. Ti lascio immaginare cosa voglia dire per una che coi fascisti ha avuto a che fare, nei modi in cui racconto in X, dover sentire la retorica che l’estrema destra italiana ha tirato fuori in questi ultimi anni sulla pelle di giovani donne violentate e uccise, come Pamela Mastropietro e Desirée Mariottini. Donne usate da misogini in funzione razzista. Non nego che la rabbia per la retorica pietosa del ‘difendere le nostre donne’ (ma nostre di chi?) mi ha generato sia stata uno dei motivi per cui ho deciso di scrivere X. Il punto è che, se c’è un silenzio da parte nostra, quello spazio se lo prendono loro. Non possiamo permetterci di lasciargli raccontare le nostre storie e di usarle per i loro fini”.

Il concetto di resistenza, come risoluzione, è molto importante. Il suo libro esce proprio a ridosso del 25 aprile, è casuale?
“Il libro è il racconto della necessità di una resistenza sia individuale sia collettiva. Il concetto di resilienza un po’ moscio che si ritrova spesso oggi non è sufficiente, perché resilienza significa anche farsi cambiare dall’ambiente circostante. Non sempre è giusto. Penso alla resistenza nel senso etimologico del termine: rivendicare il proprio diritto a esistere. Il fatto che il libro esca vicino al 25 aprile – che tra l’altro è il mio compleanno, e quest’anno faccio trent’anni – in realtà è una decisione della casa editrice che mi ha fatto molto piacere, ma non so se sia fatta apposta, non ne abbiamo parlato”.

Com’è stato il processo di scrittura?
“Abbastanza lungo. Ho iniziato a scrivere nell’estate 2019, con poco equilibrio. Il libro è nato così, come un vomito di parole che non vedeva l’ora di uscire, poi è partita una riscrittura, in diverse fasi. La scena dello stupro l’ho dovuta scrivere dieci volte, senza esagerare. La mia voce si allontanava quando dovevo parlare di quel momento, proprio non ci volevo andare in quel posto. Ma alla fine ce l’ho fatta, spero sia venuta decentemente”.

Ma quindi, perché ancora non esistono libri come il suo in Italia?
“In verità, non esiste nessun libro come se stesso. Ci sono dei tentativi. X è un tentativo, e nello specifico il tentativo di cercare parole che non avevo né trovavo in libreria. Una ricerca che è andata di pari passo con la maturità dei tempi su questi temi. Per dire: io sono del ‘91, solo nel ‘96 è arrivata la legge 66 che ha fatto passare lo stupro da reato contro la morale a reato contro la persona. Se fino al ‘96 stavamo messi così è comprensibile che il sentire comune stia indietro sul tema, e i libri non possono fare tutto da soli. Possono creare un immaginario, ma è dalla realtà che lo vanno a pescare. Ed è la realtà che cercano a loro volta di cambiare”.

Dunque adesso i tempi sono maturi?
“Dipende: per me e alcune persone lo sono, di sicuro lo sono per NUDM. Non so se i tempi siano maturi per altre o altri, né quanti siano questi altri. Ma se una casa editrice come Fandango mi ha detto di sì, credo che forse un po’ di persone che sono pronte, e da tempo, a parlare di questi temi in modo maturo anche in Italia ci siano”.

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Fonte: www.illibraio.it