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“Riccardino”, l’ultimo duello di Camilleri e Montalbano

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Voleva intuire l’eternità, Tiresia: lo aveva detto al centro della cavea del Teatro Greco di Siracusa, nel giugno del 2018.

Solo, e cieco, Andrea Camilleri aveva raccontato se stesso insieme al personaggio, e il personaggio attraverso se stesso, in uno spettacolo, Conversazione su Tiresia, curato dalla sua agente – e amica – Valentina Alferj, per la regia di Roberto Andò.

In prima fila, i suoi editori – e amici – Antonio e Olivia Sellerio. Era tutta una questione d’amicizia, era una questione di cuore: amica del cuore era Elvira Sellerio, la sua editrice, e amici in un certo senso eravamo tutti: tutti noi che abbiamo letto, tutti noi che abbiamo seguito le trasposizioni televisive della saga del Commissario Montalbano e dei romanzi storici camilleriani.

camilleri riccardino

Il pubblico, a Camilleri, dava quasi del tu. E quel pubblico immenso e rapito che al suo apparire sulla scena stava per tirar giù ad applausi quelle pietre aretusee che pure hanno resistito duemila anni, quel pubblico lì, il racconto di Tiresia se l’è bevuto come un incanto. Incantato, appunto.

Due anni dopo quella serata di magia, la casa editrice di Palermo celebra una festa, e non sembri bestemmia dire festa per un anniversario di morte: è la vita che si celebra nella collana La Memoria, è la vita – ed l’arte – che si pretende eterna in certe pagine colme di grazia.

Moriva oggi, un anno fa, Andrea Camilleri, novantenne, cieco, e immortale. Moriva oggi carico di anni e carico di vita, e lasciava un’eredità, una tra le tante, l’ultima, la più custodita. Quella perla è ora uscita, mai collana fu più azzeccata: per La memoria di Sellerio, l’ultimo volume in onore della memoria dell’autore più affezionato, e più produttivo, della casa editrice.

Per festeggiarlo, le edizioni sono due: una – copertina blu – contenente la versione aggiornata, l’ultima, del 2016, in cui la lingua camilleriana prende il coraggio di affrancarsi dal dialetto, e si impone senza troppo inframmezzarsi all’italiano, come forse timorosa faceva nella versione del 2005. E l’altra, da collezione o forse cimelio, con copertina rigida, che le custodisce entrambe, le versioni, insieme a una nota di Salvatore Silvano Nigro, il professore che di ogni opera camilleriana scriveva i risvolti di copertina, nello stille inimitabile del paratesto che si fa testo, come solo in un volume Sellerio.

Come e cosa muova l’ultima indagine di Salvo Montalbano, lo deve scoprire il lettore: anticipare una sillaba dell’intreccio – forse il più sorprendente, e il meglio studiato della mole dei Montalbano – ci pare peccato. E poi, lo sappiamo: Riccardino è uscito da poche ore, i suoi segreti a lungo attesi sono già stati svelati.

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Riccardino, il romanzo postumo per scelta, l’addio al personaggio che da autore di successo ha trasformato Camilleri in monumento, si è favoleggiato per anni. Elvira aveva lo aveva chiuso in una cassaforte a Palermo, si disse. Il titolo, così irrituale, doveva essere provvisorio, si disse: era confidenziale, era un modo che avevano i due amici per dare alla propria stessa morte un nome, e un nome affettuoso. E Salvo Montalbano non muore, si disse: non lo ammazza un colpo di pistola e nemmeno parte per lidi lontani, lasciando la sua Vigata, si disse. La verità è che di questa indagine pensata nel 2005 e riaggiornata – solo stilisticamente – nel 2016 si favoleggiava perché pure questo era romanzo. Perché romanzi scrisse e romanzo fu, Camilleri.

andrea camilleri

La verità è che sì, Riccardino più di tutti gli altri, moltissimi, romanzi di Camilleri, avvince il lettore che non può lasciarlo finché non legge la parola fine: sarà il senso di commiato, forse, o la consapevolezza che è l’ultima volta, e allora la lettura deve avere il sapore dell’ultimo bacio. Sarà questo, o sarà che in queste trecento pagine Andrea Camilleri è riuscito a regalarci un distillato di sé, del suo percorso, della sua vita e della sua opera, e lo ha squadernato non come un testamento ma come una radiografia. 

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Aveva questo, Camilleri, di suo, di solo suo: la scrittura, certo, la prosa, la lingua ammiscata, lo stile teatrale, e la facondia proverbiale. Aveva questo, ma soprattutto aveva un dono: lui, la scena, la teneva. Rapiva, seduceva, con l’acribia fatata di un incantatore. Sulla scena, dietro le quinte, e sopra le pagine: bastava il marchio suo, e il pubblico seguiva. Le vendite dei libri, non è un mistero, hanno segnato una svolta per l’editore, e ogni messa in onda, fosse anche la centesima replica, portava a RaiUno uno share da finale dei mondiali.

Mutava in oro ciò che toccava, Camilleri, come facesse non si sa. A scrivere iniziò tardi – sarà l’aria di questa isola lenta ad opporsi alla prescia – prima era il teatro casa sua: regista, drammaturgo e professore all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’amico di Roma, fu lì che incontrò Luca Zingaretti, che dal suo Montalbano di carta era così diverso, e che pure fu così apprezzato, in primisi dall’autore stesso, nella resa televisiva.

E ci sono, ci sono tutti, i personaggi di questo copione lungo una vita – e una vita lunga – che è passata dal teatro alla prosa, dalla televisione ai best seller. Ci sono tutti ma sono di lato, sono comparse: Riccardino è un duello, una tenzone, dove i contendenti però sono tre. Il protagonista di carta, che litiga con quello della tilevisioni, e che litiga con il tabagista che entrambi li ha scritti, in una confusione ricercata, in cui non si capisce chi sia stato a inventarsi chi, se la creatura o il creatore.

Pirandelliano, certo, ma in un modo tutto suo, l’agrigentino ha disegnato una scena, e in quella scena ha messo tutto: è sceneggiatura teatrale, questo romanzo, ed è già trasposizione televisiva. Che fosse un metaromanzo lo si sapeva già da prima che uscisse, quello che non si sapeva era come e quanto l’autore intervenisse nella pagina in prima persona, rompendo la parete, coinvolgendo il lettore (e il recensore: quello che non legge mai), improvvisando un duello con le sue creature, con LA sua creatura: non è in punta di penna ma in punta di spada che è scritto Riccardino, non è palcoscenico ma campo di battaglia. E infatti è solo, Montalbano, perché uomo d’onore, e la tenzone è singolare. L’amata è sullo sfondo, compare e non compare, e il suo storico secondo, Mimì Augello il fimminaro (sì, lo si ama anche qui, presenti), è proprio assente, capitolato a un destino di padre e marito, dopo tanto assicutari fimmini. Salvo è solo, e solo è l’Autore. Con lui soltanto le spalle: quella comica, Catarella, e quella funzionale, Fazio. L’indagine, tutta la storia, è un sogno loro: di Salvo, e di Andrea. Che ci salutano, sì, ma che restano.

Ha scritto Pietrangelo Buttafuoco – che di Camilleri era amico anche lui – che il maestro è morto, ma giammai scomparso. Ed è così che è andata.

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Fonte: www.illibraio.it