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Rileggere da grandi “Le streghe” di Roald Dahl (e divertirsi un sacco)

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Le streghe di Roald Dahl, nell’edizione degli Istrici Salani con la copertina di Quentin Blake nella cornice giallo-crema, è stato uno dei primi libri che ho letto per intero, dall’inizio alla fine, sentendomi grande e per questo molto fiera. Non è stato il primo in assoluto; ma certamente uno dei primi. Io avevo sette anni e Le streghe fu il mio primo Roald Dahl, e il primissimo libro a darmi la sensazione di aver avuto accesso a un segreto.

La magia si sarebbe ripetuta molte altre volte, con il GGG, il Grande Gigante Gentile, con Matilde e la sua signorina Trinciabue, con la deliziosamente disgustosa routine coniugale degli Sporcelli, con la scorribanda psichedelica della Fabbrica di cioccolato, giusto per dire i miei preferiti. Da grande avrei letto poi l’autobiografia di Roald Dahl, Boy, e scoperto i suoi lati oscuri, i suoi tratti crudeli – che sono poi, credo, quelli che ne avranno fatto forse un ragazzo e poi un uomo complicato, ma di certo anche uno scrittore maestoso, perfetto per l’infanzia e pure per gli adulti.

Fu con Le streghe, però, che scoprii cosa significa quell’impressione di accesso al segreto che, a pensarci bene, è poi una delle cose che accomuna tutti i libri che ho amato. Sono libri che ti danno lo stesso senso di avventura semplice, irresistibile, elementare, in cui ti potresti imbattere giocando nella soffitta di una casa di campagna e scoprendo in un angolo un baule pieno di vecchi album di fotografie, o di vestiti; o trovando una botola nel pavimento che porta a una cantina invisibile agli occhi di tutti quelli che il pavimento lo calpestano con i passi sonori, decisi, di chi sa dove andare, di chi ha un gran daffare e non si ferma a sentire se in un punto o in un altro le assi di legno suonano a vuoto.

Diretto dal premio Oscar Robert Zemeckis (“Forrest Gump”, “Ritorno al futuro”), con Anne Hathaway, Octavia Spencer e Stanley Tucci, Le streghe (film fantasy tratto dall’amato racconto di Roald Dahl, pubblicato da Salani, uscito per la prima volta nel 1983) è in esclusiva digitale dal 28 ottobre, disponibile per l’acquisto e il noleggio premium su Amazon Prime Video, Apple Tv, Youtube, Google Play, TIMVISION, Chili, Rakuten TV, PlayStation Store, Microsoft Film & TV e per il noleggio premium su Sky Primafila e Infinity

Lo lessi d’estate, la prima volta, durante una vacanza in montagna, e mi ricordo soprattutto due cose: la prima era che lo leggevo a una velocità fulminante, e a sette anni leggere un libro velocemente è in genere motivo di quelle fierezze che nell’infanzia ci sembrano di per sé dei premi straordinari; ma in quel caso, a farmi correre gli occhi a perdifiato per le pagine non era l’orgoglio di poter dichiarare quanto veloce fossi stata a finire, bensì l’urgenza di sapere, a ogni pagina, cosa sarebbe successo nella pagina successiva. Che è, non si può negare, a ogni età l’indicazione forse non di quanto sia bello un libro in assoluto, ma certo di quanto sia profondo il legame che un libro riesce a instaurare con la nostra voglia profonda, arcaica, infantile, di sentirci raccontare una storia, di avere il cuore che batte più forte – e poi? e poi? – mentre seguiamo le avventure di qualcuno che non abbiamo mai visto né mai vedremo in vita nostra eppure diventa, proprio mentre leggiamo la sua storia, una parte di noi, un vecchissimo amico, qualche volta addirittura un innamorato.

le streghe

Il secondo particolare che ricordo di quella lettura, e che ritrovo deliziosamente intatto ora, riprendendo la stessa edizione Salani con le illustrazioni crudeli, spiritose, irresistibili – proprio come il testo, con cui formano un’unità perfetta – di Quentin Blake, riguarda il segreto palesato nelle prime pagine. Ovvero, i segnali da cui riconoscere una strega: importante rivelazione di una nonna norvegese imponente e molto tosta, “l’unica, fra tutte le nonne che ho conosciuto in vita mia, che fumasse il sigaro”, al suo nipotino, il protagonista della storia – che le streghe, ci assicura, le ha incontrate sul serio, e del suo incontro non troppo fortunato ci vuol raccontare per l’appunto la storia.

L’incipit è un incipit perfetto, me ne rendo conto oggi che non ho più sette anni e che scrivere, oltre che leggere, è diventato il mio lavoro: è un incipit straordinariamente accattivante, sa creare un senso di anticipazione a cui è difficile sfuggire, innesca l’attesa di questa storia che, assicura il ragazzino alla cui voce ci consegniamo subito più che volentieri, che abbiamo sette anni o trenta o cinquanta, ci farà strillare di paura.

Le streghe sono in mezzo a noi, a quanto pare, e sembrano delle normalissime signorine perbene, eleganti, distinte, forse un po’ zitellesche, dalla descrizione; ma, come sa molto bene una nonna norvegese fumatrice di sigari, ci sono dei segnali speciali da cui le possiamo riconoscere: portano sempre i guanti e la parrucca, ragion per cui muoiono dalla voglia di grattarsi la testa e qualche volta non resistono alla tentazione, e così le puoi sorprendere con le mani furiosamente all’opera sotto i capelli; poi, hanno i piedi quadrati, senza dita – un po’ come le povere sorellastre di Cenerentola che nella fiaba originale si amputano il pollicione, solo che le streghe le dita non le hanno proprio, per nascita – e quindi, malgrado si costringano a indossare scarpine appuntite e affusolate per mimetizzarsi, soffrono di mal di piedi tremendi e a ben guardare zoppicano un poco.

Si sarebbe quasi tentati di simpatizzare con queste streghe, che hanno nomi da buona signorina come Mildred e si costringono a tremende torture per confondersi con le altre donne, ripensando a tutte le scarpe scomode che ci siamo costrette a infilarci per confonderci con le altre ragazze; ma di fatto, a qualsiasi età, leggere o rileggere un libro di Roald Dahl significa divertirsi un sacco a riscoprirsi crudeli come bambini, senza sensi di colpa. O, per dirla con le parole di un altro grande scrittore per l’infanzia, J. M. Barrie, che dell’infanzia perduta si inventò tutta una poetica inventandosi il suo folletto dionisiaco, Peter Pan: si torna felici, innocenti e senza cuore.

Insomma, queste streghe con i crani pustolosi sotto le parrucche, le dita artigliate sotto i guanti e i piedi squadrati dentro le vezzose scarpine, con la saliva bluastra come succo di mirtillo e le narici rosee come conchiglie, rileggendo oggi il libro mi ricordo che per tutta quell’estate dei miei sette anni cercavo di individuarle nella sala da pranzo dell’albergo, o nelle amiche della mia nonna che venivano a trovarci; ogni volta, insomma, che mi annoiavo. Ovviamente non era facile sorprendere una potenziale strega; ma ricordo che le narici straordinariamente mobili di una signora che stava al nostro hotel mi tennero occupata nell’osservazione per diversi giorni, deliziosamente terrorizzata all’idea di verificare i miei sospetti.

Riletto da adulti, Le streghe è un esempio di struttura narrativa perfetta, cristallina, un potenziale apologo politico inquietante (a me, francamente, le streghe soggiogate dalla Strega Suprema che le incita alla soluzione definitiva per liberare una volta per tutte l’Inghilterra e poi il mondo intero dai puzzolentissimi bambini, hanno dato i brividi facendomi ripensare a molti documentari e spezzoni di filmati di discorsi di Hitler a folle in deliquio). Riletto da adulti, risuona di richiami ad altre storie (il terrore arcaico dei topi accostato alla stranezza disturbante della condizione infantile, come nel Pifferaio magico), ad altre metamorfosi – fra cui proprio la più famosa di tutte, quella di Gregor Samsa: come lui che, trasformato in scarafaggio al risveglio da sogni inquieti, esibisce per pagine e pagine un invidiabile, incomprensibile, assurdo aplomb, il protagonista bambino delle Streghe, mutato in topo, non si lamenta affatto: “Tutto sommato, mi piaceva. Forse vi chiederete come mai non fossi in preda alla disperazione, ma, a pensarci bene, che c’è di così straordinario nell’essere un bambino? È davvero meglio che essere un topo? […] I bambini vanno a scuola. I topi no. I topi non sanno cosa siano gli esami e non hanno bisogno di soldi. […] Inoltre i topi, una volta adulti, non sono costretti a far la guerra e a combattere contro gli altri topi. Più ci pensavo, più ne ero sicuro: i topi si amavano l’un l’altro. Gli esseri umani no.”

Il mondo che racconta Roald Dahl è un mondo magico e crudele che si spalanca subito sotto, subito accanto al nostro mondo; un mondo parallelo che richiede come lasciapassare il gusto un poco sadico, un poco spiritoso, per il rivoltante, per il dettaglio che fa ribrezzo, che in genere si perde insieme al sistema percettivo dell’infanzia. Per leggere davvero Roald Dahl, per entrare sul serio nel suo universo, bisogna, io credo, deporre la pur minima pretesa di trovare nei suoi libri indicazioni o insegnamenti edificanti (se ci si imbatte in qualche briciola di moralismo bigotto, cosa che pure può succedere, è quasi sempre per le ragioni sbagliate), e tornare a essere bambini esattamente in quegli scampoli di sensazioni che crescendo ci siamo dimenticati.

Nel compiacimento di non essersi lavati, strategia infallibile per sfuggire alle streghe; o nella soddisfazione di essere trasformati in un topolino, che a tutti può sembrare repellente, ma non a una nonna mastodontica, vestita di pizzi neri e accanita fumatrice di sigari.

 

L’AUTRICE – Ilaria Gasparicollaboratrice de ilLibraio.it, è nata a Milano. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa e si è addottorata con una tesi sulle passioni all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario (Voland). Ha poi pubblicato Ragioni e sentimenti – L’amore preso con filosofia (Sonzogno) e Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita (Einaudi).

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Fonte: www.illibraio.it