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Santi e imbalsamati: la riflessione sulla fine della vita del biblista Maggi

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La testa da una parte, il cuore dall’altra e le dita tranciate e sparse in altrettanti luoghi per la devozione dei fedeli. È il caso, tra i tanti, delle reliquie di Santa Teresa d’Avila, della quale la mascella e il piede destro sono a Roma, la mano sinistra è a Lisbona, mentre la destra in Spagna, a Ronda (finché nel 1937 se ne impossessò il Caudillo Francisco Franco). Era questo il raccapricciante destino dei corpi dei santi del passato, con una gara che non risparmiava colpi bassi per accaparrare pezzi del cadavere da esporre alla lugubre morbosità dei devoti (nei tempi d’oro delle reliquie esistevano ben tredici teste di San Giovanni Battista per la venerazione dei fedeli).

Poter conservare anche solo un dito del santo, la costola di un altro, il piede di una santa, o i denti di un beato, assicurava prestigio e fama alla chiesa, al santuario o al monastero, attirando torme di pii necrofili, pronti a sbaciucchiare, strusciare la macabra, ma santa reliquia. E, soprattutto, era un modo per assicurarsi una fonte sicura di entrate con le offerte e le donazioni. Per questo, spesso nascevano delle contese tra chiese e monasteri, rivendicando ognuna di queste di avere l’autentica testa o il braccio del santo, e, non di rado, gli ecclesiastici sono ricorsi al furto delle reliquie. Recentemente, dal Duomo di Spoleto, fu rubata l’ampolla contenente alcune gocce del sangue di Papa Giovanni Paolo II.

Dove è stato possibile, si è, invece, cercato di fermare la morte del santo, bloccandone il normale processo di decomposizione del corpo, imbalsamandone il cadavere, imbellettarlo per esibirlo poi quale straordinaria inoppugnabile prova della sua santità, come se le virtù dell’individuo coincidessero con la sua mummificazione. E gli ingenui fedeli, creduloni, pensano di vedere il corpo intatto del loro santo e, estasiati, ne ammirano la bellezza (“Che bello, sembra che dorme!”) e nessuno che si premuri a dire che quel che viene mostrato è una ricostruzione in silicone, opera di esperti del mestiere (al volto di Padre Pio ha lavorato l’azienda inglese Gems Studio, la stessa che fornisce le statue per il Museo delle cere di Madame Tussauds a Londra). Anni fa, in Abruzzo, durante l’esposizione ai fedeli, destò grande scalpore la liquefazione, dovuta al gran caldo, della maschera di cera di Papa Celestino V (il cui volto in realtà ritraeva… il Cardinale Carlo Confalonieri, che dal 1941 al 1950, era stato il Vescovo dell’Aquila!). Ugualmente nel maggio 2018, a Bergamo, in una giornata di gran caldo,  nel corso dell’esposizione ai fedeli della salma di papa Giovanni XXIII, la mano (di cera) cominciò a liquefarsi… ma subito venne data la pia spiegazione che la mano si era sciolta per le troppe carezze che Papa Roncalli aveva dato alla sua gente tornando a casa…

Un antropologo o uno psicologo potrebbero certamente spiegare le origini e i motivi di queste pie perversioni che nulla hanno a che fare con Gesù e il suo messaggio. Queste pratiche di imbalsamazione e mummificazione dei cadaveri di santi e beati, sono indubbiamente in contraddizione con quanto la fede cristiana afferma riguardo la vita, la morte e la risurrezione.

Gesù, per far comprendere che la morte non interrompe la vita, ma introduce l’individuo in una nuova dimensione, e che la morte non è una fine, ma una trasformazione che permette alla persona di liberare tutta l’energia d’amore che ha in sé, adopera immagini prese dal ciclo vitale della natura, dove è tutto un susseguirsi di nascita e di morte, e porta l’esempio del chicco di grano caduto in terra, che “se non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto” (Gv 12,24). Tutta l’energia, la potenza che il chicco di grano racchiude in sé, non si può manifestare se questo resta integro, ma solo quando, caduto in terra marcisce, liberando tutta la sua forza, e si può così trasformare in una dorata spiga di grano. La stessa immagine del chicco che si trasforma viene ripresa da Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, affermando chiaramente che quel che si semina non prende vita se prima non muore: “Si semina corruttibile e risorge incorruttibile” (1 Cor 15,36.42).

È dal momento della nascita, che nell’individuo inizia un continuo  processo in cui il nascere e il morire sono indispensabili per permettere alla vita di affermarsi. Sono le cellule che muoiono quelle che permettono alle nuove di nascere, per portare gradualmente l’individuo alla sua pienezza. Quando la maturità biologica viene poi raggiunta, inizia lenta ma, tanto inevitabile quanto inesorabile, la parabola discendente che conduce alla morte. Cominciano, infatti, a morire in maniera crescente sempre più cellule di quelle che nascono e così, di anno in anno, si assiste, impotenti, a un decadimento fisico, che la sana alimentazione e gli adeguati esercizi fisici potranno forse rallentare ma, non impedire, e i cosmetici potranno forse mascherare, ma non evitare.

Ma lo stesso Paolo, pur usando dei termini aspri, invita a non scoraggiarsi, perché, “se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno” (2 Cor 4,16). “Disfacendo…”, un’espressione indubbiamente sgradevole, ma che più chiara e realistica non può essere, per indicare l’inevitabile sfacelo del corpo, la componente biologica dell’individuo che giorno dopo giorno va in rovina. Se la componente biologica si va disfacendo, Paolo assicura però che l’individuo, nella sua realtà più intima e profonda, quella che vivrà in eterno, si ringiovanisce di giorno in giorno, perché “si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato” (Col 3,16). Però, se al disfacimento dell’uomo esteriore non corrisponde il rinnovamento di quello interiore, si corre il rischio di invecchiare esteriormente senza ringiovanire interiormente, essere decrepiti fuori e dentro, diventare vecchi nel corpo e nello spirito. Per questo, se dal momento della nascita, per crescere biologicamente, si deve ricevere il nutrimento, poi, per favorire la crescita del proprio essere, quello che è destinato a vivere per sempre, occorre farsi nutrimento per gli altri, è questo quel che permette il rinnovamento continuo della propria esistenza e scoprire così che si può diventare anziani senza per questo essere vecchi, e l’accumulo degli anni, anziché essere un peso da portare, diventa un trampolino verso nuovi e ampi orizzonti, quelli che restano per sempre

La vita si possiede, infatti, nella misura che si dà, e Gesù assicura che dare la propria vita non è perdere, ma guadagnare (Gv 12,25; Mc 8,35). Pertanto, non c’è da temere né l’inarrestabile decadimento fisico, né l’inevitabile e naturale putrefazione del cadavere, e ogni operazione cosmetica non è altro che un’alterazione e contraffazione della realtà. Nessun profumo potrà nascondere il fetore della morte (Gv 11,39), ma bisogna piuttosto impegnarsi per essere “il profumo di Cristo”, “odore di vita per la vita” (2 Cor 2,16-16).

L’AUTORE – Alberto Maggi (nella foto grande di Basso Cannarsa, ndr), frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme.
Biblista e assiduo collaboratore de ilLibraio.it, è una delle voci della Chiesa più ascoltate da credenti e non credenti.
Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (MC), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Con Garzanti ha pubblicato Chi non muore si rivede, Nostra signora degli ereticiL’ultima beatitudine – La morte come pienezza di vita, Di questi tempi Due in condotta. Il suo nuovo libro è La verità ci rende liberi (Garzanti, in uscita a settembre), una conversazione con il vaticanista di Repubblica Paolo Rodari.

 

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Fonte: www.illibraio.it