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Siamo catene di storie una dentro l’altra: “L’altra donna” di Cristina Comencini

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A venticinque anni è possibile sentirsi “splendente”: Elena è bionda e morbida, ha un piccolo appartamento, un lavoro, un uomo che ha molti anni più di lei. Lui aveva una moglie, Maria, poi lei ha scoperto che viaggiava con un’altra per lavoro e l’ha lasciato, male, mettendogli contro i figli. Adesso l’altra è Elena.

Lei e Pietro sono liberi: possono permettersi di cenare con hummus e caipirinha, di attraversare il tempo leggeri, senza suppellettili, senza doveri, senza agende familiari.

Maria invece non si sente libera, e quando Elena la incontra è una donna elegante, magra, disinvolta nei suoi capelli corti, un’artista, ma è una donna triste, rimasta intrappolata nel passato.

Vedere com’è l’altra è parte fondamentale della questione, ogni donna lo sa e ci è cascata almeno una volta, e per Maria voler vedere Elena è un modo ambiguo di riconquistare serenità e guardare avanti. Un falso account per entrare in contatto, avere informazioni sulla sua vita con Pietro, guardare. Poi un incontro: stratagemmi per sapere, dare forma uscendo dal dolore dell’immaginazione, dall’auto-sabotaggio della convivenza coi fantasmi.

cristina comencini

L’altra donna di Cristina Comencini (Einaudi) è il diario di una relazione, di una donna con un uomo, certo, ma non solo. I dialoghi con Maria mettono Elena davanti alla necessità del confronto, del paragone con quella che crede un’antagonista, ma è una donna di un’altra generazione, che porta con sé paradigmi e compromessi di equilibri familiari diversi.

Elena guarda a Maria, e con lei a sua madre, alla lotta quotidiana per mantenere accesa la menzogna del focolare, accettando, illudendosi di sapere tutto, pretendendo di far quadrare ogni cosa, finendo per distruggere con l’efficienza le fondamenta dell’amore. L’orgoglio giovane con cui Elena guarda al suo frigo vuoto è quello di una donna che non vuole assomigliare alla madre, e alle donne come lei, che hanno smosso la società ma poi sono rimaste guardiane della casa, mogli necessarie, ma non sufficienti.

«Ma mi sono messa nei panni di mia madre e ho deciso che non sarei mai stata come lei».
«Cioè?»
«Una donna che crede di sapere tutto, che controlla tutto e poi perde l’unica cosa che conta».
«Cosa?»
«Il fascino dell’erotismo».

La presunzione del presente che taglia i ponti col passato è la più grande beffa dell’amore, che non tiene conto di una verità: siamo esseri stratificati, mai veramente leggeri, perché dentro portiamo tutto quello che abbiamo vissuto prima del “noi”, le persone che abbiamo incontrato, amato, tradito, quelle che ci hanno ferito e guarito, le madri che abbiamo giudicato, i padri che abbiamo scoperto umani, i figli che abbiamo illuso di eterna protezione. È tutto lì, e quel tutto siamo noi.

Nell’amore, l’altra donna è rivale solo nella sua essenza etimologica, è “chi spartisce con un’altra persona l’acqua d’un medesimo ruscello”, non è una nemica. Siamo unite, mai contrapposte, in grado di amare sapendo di avere il DNA del proprio uomo in comune con altre: la donna è tutta dentro questo sentimento, del dover amare “in presenza di altri”, sapendo che non può disfarsene, e che non c’è una nuova vita, ma una vita nuova costruita su tutte le altre, che l’hanno preceduta.

Non serve conoscere, guardare foto, invidiare i ricordi: ci sono cose che è meglio non sapere, e le fondamenta bisogna buttarle sopra, partire da lì, consapevoli delle catacombe che ci sono sotto, combattendo il desiderio di perlustrarle, di farsi guidare dalla fantasia, che ingrandisce e perseguita.

Siamo catene di storie una dentro l’altra, scrive Cristina Comencini, siamo lavori in corso: è una visione dell’amore onesta e matura, che mette in conto tutto, le reciproche complessità e i possibili fallimenti. Ci si salva stando insieme e ammettendo il passato.

Dopo La bestia nel cuore e Stare soli, Cristina Comencini, scrittrice, drammaturga, regista, mette in scena con L’altra donna una serie di atti di un dramma che alterna donne e uomini in una riflessione acuta e tagliente sulle identità e sulle dinamiche delle relazioni, con una scrittura rapida ma generosa che cede la parola equamente a tutti i personaggi in un mix intenso di dialoghi e riflessioni.

“Non sono né il tempo né le difficoltà della vita in comune che ti fanno ricadere nei ruoli e nei vizi vecchi come il mondo. L’unico vero scoglio è conoscersi, o credere di conoscersi”.

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Fonte: www.illibraio.it