La ripresa da fine giugno dei voli per il Portogallo, uno dei primi paesi UE a liberare i collegamenti con l’Italia, rende all’improvviso concreta la possibilità di una collaborazione con il musicista Daniele Pistone, un amico italiano che vive a Lisbona e che, da scatenato cantante della cover band Ginga a Milanesa e del brillante duo elettronico Foggy, con la chiusura dei locali dove suona è passato a cucinare panzerotti a casa vendendoli in giro per parchi e giardini.

Avevamo in programma un reading di testi dal mio libro D’amore e baccalà (EDT), a distanza e in collegamento streaming, che avremmo voluto fare insieme durante il lockdown se il nostro procrastinare non avesse avuto la meglio anche sui tempi del virus in Europa. Non solo per Daniele ora si può fare dal vivo ma addirittura con un pubblico, conosce il posto adatto e mi rassicura che la situazione a Lisbona è tranquilla, nonostante la ripresa di qualche contagio in quartieri periferici (un campanello d’allarme che ignoro del tutto preso come sono dall’entusiasmo). I voli costano poco (100 euro andata e ritorno con Ryanair) e anche affittare un appartamento in Alfama con Airbnb (300 euro per una settimana per due stanze, un bagno e una cucina), nonostante gli annunci per le case siano insolitamente di meno.

Parto, quindi, anche con l’idea di fare da cavia per capire se e come si può tornare a essere viaggiatori in questi tempi pandemici. A Ciampino è tutto più o meno come al solito, tranne che per una serie di misure nuove: mascherina obbligatoria per tutto il tempo di attesa e volo; controllo della febbre quando arrivi e quando atterri; meno posti a sedere ovunque; file distanziate per check-in e controlli; un modulo per autocertificare che non hai avuto contatti con positivi al Covid e che ti impegni a comunicare tempestivamente un tuo eventuale contagio nei giorni immediatamente successivi al volo (il che prolunga la paura di volare anche dopo l’atterraggio). Tutte misure che vengono rese vane quando, come al solito, tutti si alzano insieme, si ammassano, si strusciano, si toccano, mentre cercando di recuperare le loro valige dalle cappelliere con una fretta inutile e a questo punto anche pericolosa.

Una delle comodità dell’aeroporto di Lisbona è la sua relativa vicinanza al centro della città (un taxi costa sui 10 euro) e sopratutto alla fermata della metropolitana. In tasca ho ancora una vecchia tessera del trasporto pubblico locale per cui opto per la metropolitana che è subito dopo l’uscita. E c’è già una prima sorpresa: è tutto completamente deserto. Non c’è traccia delle lunghe file alla biglietteria automatica, e nemmeno della ressa in metro. Sui muri della stazione rimane solo la sfilata di caricature con personaggi famosi della città. Come sempre faccio un cenno di saluto verso quello di Pessoa che mi pare dimagrito durante la pandemia. E quando esco nella centralissima e caotica Cais do Sodré (l’appartamento non sarà libero prima delle due) è una Lisbona sonnecchiante, silenziosa e spenta quella che mi accoglie: non ci sono turisti, molti bar sono chiusi e poche persone girano furtive in mascherina. Dopo il primo caffè (si chiama “bica” ed è molto buono) accompagnato dal tipico dolcetto pastel de nata, non rimane molto altro che bere una “imperial” dopo l’altra (come chiamano qui le birre alla spina piccole) sotto il sole di questa strana Lisbona.

L’appuntamento con Pistone è al Miradouro De Nossa Senhora do Monte, uno dei punti panoramici più presi d’assalto della città. Ma quando arrivo c’è solo un portoghese nudo (piedi scalzi e un asciugamano stretto alla vita) che sta lavando tutto con straccio, mazza e sapone lamentandosi che non fosse per lui nessuno terrebbe pulito. Per me che, tra casa e giri per la città, non mi ero preoccupato minimamente di guardare notizie l’arrivo di Daniele è una doccia fredda.

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Mi spiega che a causa dell’aumento dei famosi contagi in alcune zone molto periferiche di  Lisbona (sopratutto giovani asintomatici) da quella sera sono state decise sanzioni più dure valide anche in città. Ristoranti e bar rimangono aperti (molti anche con asporto) ma di notte Lisbona si spegnerà completamente. Daniele mi assicura che l’evento lo potremo fare ma con un massimo di dieci persone (musicisti compresi) e dovrà finire prima delle otto di sera. Non c’è altro da fare che andare a mangiare: per bere devi essere seduto e cenare. E non va bene prendere antipasti e contorni: ci vuole proprio un primo o un secondo, altrimenti gli scrupolosi camerieri non ti serviranno nulla.

Una volta che i pochi musicisti di strada (e che in realtà sono tutti professionisti che non hanno più lavoro) finiscono di suonare per Graça (un quartiere poco turistico che vive il suo momento magico ora che non c’è turismo) mi rimane solo la possibilità di passeggiare per le vie solitarie di Alfama. Eppure, in qualche piazza nascosta, giurerei di avere sentito la voce di una donna, le note di un mandolino. Forse a Lisbona è impossibile vietare il canto.

La mattina vengo svegliato da tutta una serie di amici spaventati dalla possibilità che io rimanga bloccato a Lisbona. La notizia, molto ingigantita, è arrivata anche in Italia insieme alle preoccupazioni per la finale di Champions prevista qui per agosto.

Mi prendono dilemmi etici: ha avuto davvero senso mettersi in viaggio in un momento come me questo? Mi sento in colpa con i portoghesi: porto il virus dall’Italia? Mi sento in colpa con gli italiani: riporterò il virus in Italia? Compro un giornale alla ricerca di informazioni, ma davvero sono stanco di tornare ad analizzare curve e numeri (che comunque, rispetto a quelli visti in Italia mi sembrano bassi) e preferisco soffermarmi su un trafiletto in terza pagina che annuncia l’uscita di una nuova edizione critica di un libro di Fernando Pessoa che non conoscevo: O caso mental português. Intuisco dal titolo che sarà più utile del giornale e decido di comprarlo (lo faccio nella Livraria Bertrand, la libreria in attività più antica del mondo) sicuro che sarà profetico come tutta la magica produzione di Pessoa.

Leggo l’incipit: “Delle caratteristiche dell’anima del popolo portoghese, la più irritante è, senza dubbio, il suo eccesso di disciplina”. Ed è vero. Mentre l’Italia che ho lasciato è un paese che dopo lo stremo di una dura quarantena si sta forse lasciando andare un po’ troppo, con assembramenti in spiagge, file e code e voglia di vacanze e divertimento, qui in Portogallo gli abitanti si sono chiusi in casa da febbraio prima ancora che gli fosse imposto e lì sono rimasti nonostante regole meno rigide delle nostre: un popolo disciplinato non ha bisogno di autocertificazione. E nei negozi, bar e ristoranti sono bravissimi a rispettare tutte le misure, sembra quasi che lo facciano da sempre.

Trovo un’altra frase: “Ogni volta che si discute del carattere del popolo portoghese, si finisce sempre a parlare della sua facoltà più straordinaria: l’eccesso di immaginazione.” Disciplina e immaginazione: ecco le due caratteristiche necessarie per rimanere pronti ad affrontare una seconda ondata. I lisbonesi hanno accettato tutto con un grande responsabilità, direi con una certa rassegnazione composta e tragica, abituati a terremoti, decadenze imperiali e dittature.

L’evento con Daniele dalla bella terrazza del This is Lisbon Hostel è un successo (almeno per i nostri otto spettatori) e decido di passare gli ultimi giorni in città per capire quello che un turista può ancora fare. Intanto scappo verso sud in direzione opposta al contagio: prima ad Almada (la città di fronte Lisbona in cui si arriva prendendo un traghetto) dove mangio il mio piatto portoghese preferito in assoluto: il polvo a Lagareiro (il polpo del frantoiano).  Poi decido di andare a visitare la Costa de Caparica, un vero paradiso per i surfisti. In città mi godo sia il Monastero dos Jerónimos (sono l’unico visitatore insieme a una coppia di ragazzini) che il Castelo de S. Jorge (qui un po’ più di gente c’è dato che i residenti non pagano il biglietto). E devo ammettere che questa Lisbona senza file è davvero più bella. Come una cipolla a cui sono stati tolti tutti gli strati Lisbona ora regala il suo cuore più autentico di città perennemente ferita e in pericolo. In questa Lisbona vuota, quasi post umana, rimangono due cose a incantare il cuore del viaggiatore pandemico: la sua poesia restituita intatta e la sua luce assoluta.

Ancora un ultimo pranzo alla Casa do Alentejo insieme a una ricercatrice universitaria che mi racconta l’iniziale paura nei confronti degli italiani. Siamo gli unici due nell’enorme e meraviglioso palazzo amato da Tabucchi, con camerieri che lavorano solo per noi. Poi incontriamo Tomás (un mio vecchio amico di Lisbona con l’Italia nel cuore) nella Tasca Mascai, un bel locale gestito da una coppia di bolognesi al Bairro Alto. Mi dice che dietro questa Lisbona ancora una volta sotto assedio c’è un problema economico e sociale precedente: tutti i distretti e i comuni che finiranno di nuovo in lockdown sono zone povere, con gravi problemi abitativi e lontani da rotte turistiche. E un po’ mi sento in colpa: mi considero di casa a Lisbona, ma i nomi di queste 19 freguesias (come qui chiamano i municipi) non mi dicono nulla. Ma non è solo il Covid a inquietare Tomás: la cosmopolita e tollerante Lisbona è stata appena sfregiata da un gesto che non avremmo mai immaginato potesse capitare qui. Il politico populista e nazionalista André Ventura (un seggio strappato alle ultime elezioni politiche vinte da una coalizione di centro sinistra) ha indetto una manifestazione a favore dei portoghesi accusati di essere razzisti (una supercazzola per giustificare una manifestazione razzista). E durante il corteo Ventura ha fatto un saluto romano. I media locali hanno reagito dandogli molto spazio e prendendolo in giro. Un meccanismo pericoloso che noi italiani conosciamo bene. Ma che per un popolo disciplinato e fantasioso potrebbe avere un esito ben più tragico.

D'amore e baccalà

IL LIBRO E L’AUTORE – La più poetica delle capitali europee. Saramago e l’oceano. Tabucchi e il tram numero 28. E le tascas, le taverne in cui si mangiano cinquanta sfumature di baccalà ascoltando la musica più struggente che esista: il fado. È in questa città sospesa tra sogno e realtà che Alessio incontra Beatriz, una cameriera bellissima, scontrosa ed evanescente. Ritrovarla nel dedalo del centro storico sarebbe impossibile, senza l’aiuto di complici inattesi: gli spiriti guida di Amália Rodrigues, Ingrid Bergman, Fernando Pessoa. Tutto questo è D’amore e baccalà (EDT) di Alessio Romano.

L’autore, classe ’78, ha debuttato nel 2006 con Paradise for all (Bompiani), un giallo ambientato alla Scuola Holden – dove ha studiato Tecniche della narrazione e oggi insegna, ed è autore di Solo sigari quando è festa (Bompiani, 2015) e curatore de Gli stonati. Manifesto letterario per la legalizzazione della cannabis (NEO Edizioni, 2017).

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