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“Staje senza pensier”: breve viaggio nel dialetto napoletano

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“Conoscere una seconda lingua significa possedere una seconda anima”.

Lo diceva, forse, Carlo Magno. Secoli dopo, la teoria del relativismo linguistico ci conferma che quando apprendiamo una lingua apprendiamo anche la visione del mondo che porta con sé, perché ognuna pone l’accento su aspetti diversi del reale.

L’Italia di lingue ne parla tante. Sono le lingue della famiglia, delle radici, della spontaneità. Sono i dialetti regionali, quelli che troppo spesso sopprimiamo per un più consono italiano, ma che riaffiorano se ci esprimiamo di pancia. Quelli che, se tradotti in italiano, “non rendono”.

Ce n’è una, tra queste lingue, che negli ultimi tempi ha catalizzato l’attenzione. È la lingua di Lila e Lenù, le protagoniste de L’amica geniale (e/o). È la lingua di Liberato, il rapper che non si sa chi sia. Ma è anche la lingua di Viviani, di Totò, di De Filippo, di Troisi, di Pino Daniele.

Termini vividi, espressioni piene, capacità evocativa. Il dialetto napoletano dà voce alle passioni più travolgenti, sa essere aggressivo, duro e sprezzante. È sfaccettato, si modella su bocche e vicoli, riesce a riflettere i mille culure di una città contraddittoria e irrisolta ma la cui attitudine alla vita è, a ben vedere, nitida e precisa.

“Qui si desidera soltanto vivere. Ci si scorda di noi e del mondo”, scrive Johann Wolfgang von Goethe nel suo Viaggio in Italia (BUR, traduzione di Eugenio Zaniboni), durante il soggiorno napoletano. “Staje senza pensier’”, ci insegna Gomorra. “Nun ce accirite a salute” (letteralmente, “non uccidete la nostra salute”) è la classica implorazione partenopea rivolta a chi, con la sua pedanteria, rischia di rendere difficile la sopravvivenza altrui.

Liberarsi degli affanni, sopportare i mali, godersi la vita. Lo stereotipo racconta una Napoli sfaticata, fatta di “pizza e mandolino”, di persone sempre contente e ridanciane, che si salutano urlando dai balconi. Come tutti gli stereotipi, è falso ed è reale. Napoli è una città vivace, che si riempie di musica e di cibo buono, bagnata dal mare e vegliata dal Vesuvio.

“La terribilità contrapposta al bello, il bello alla terribilità”, scrive Goethe. “L’uno e l’altra si annullano a vicenda, e ne risulta un sentimento d’indifferenza. I napoletani sarebbero senza dubbio diversi se non si sentissero costretti fra Dio e Satana”.

Forse Goethe aveva ragione, forse l’essere lambiti dalla bellezza del mare e dal clima benevolo ma osservati dalla perenne minaccia del Vesuvio stringe i napoletani in una visione del mondo all’apparenza spensierata, a ben vedere indifferente, ma non certo ottusa. Dietro l’ottimismo e la proverbiale allegria si nasconde una malinconia profonda, una consapevolezza infelice che ricorda la filosofia del carpe diem: godiamo ora, perché domani potrebbe essere troppo tardi. E questa consapevolezza è scolpita nel dialetto, nei modi di dire, nelle espressioni di ogni giorno. “Ci vediamo domani, se Dio vuole”: del domani, d’altra parte, non c’è certezza.

Nella lingua ritroviamo il modo di vivere e di pensare di un popolo che ha conosciuto la miseria e la sofferenza e che sa industriarsi, sa sopportare con pazienza, sa sorridere lo stesso. “Stamm sott o’ ciel”, letteralmente: siamo tutti sotto al cielo, potrebbe succederci qualsiasi cosa in qualsiasi momento. O, ancora, “veritevenne bene ca se mor’”, vedetevene bene perché si muore. Meglio godere del bello finché ci è dato.

Un fatalismo innato, quotidiano, parte di un retaggio secolare, che abitua il partenopeo a prepararsi alla sventura e alla sorte capovolta. E quando i tempi bui arrivano, non si lascia sopraffare.

Adda passà ‘a nuttat”, deve passare la notte. Lo scrive Edoardo De Filippo nelle ultimissime battute di Napoli Milionaria!, riferendosi al momento drammatico che il Paese distrutto dalla guerra avrebbe dovuto superare. L’espressione è entrata nel linguaggio comune: anche se si sta attraversando un momento difficile, quel momento passerà, bisogna solo “portare pazienza”. La notte, per quanto buia possa essere, avrà fine.

Quella della notte è una metafora molto cara all’immaginario partenopeo. “Cchiù nera d’ ‘a mezzanott nun po’ venì”, più nera della mezzanotte non può venire. Lo canta Pino Daniele nel brano Che te ne fotte (2007), dal titolo sicuramente esplicativo: una volta toccato il fondo, si può solo risalire. È un modo per sdrammatizzare, per darsi coraggio, per guardare al futuro -ora è il caso di dirlo- con fiducia.

“E quanno good good // cchiù nero d’a notte nun po’ venì // E nun sta’ accussì // Oggi è solo lunedì”.

E poi c’è lei, la parola intraducibile per eccellenza: l’appocundria. Difficile darne una definizione senza ricorrere a perifrasi infinite. È un senso di malessere fisico e spirituale che arriva all’improvviso e ti fa sentire perso, triste, annoiato, malinconico. È la mancanza di qualcosa di indefinito che è stato o che avrebbe potuto essere, ma che non è. Un sentimento che si nutre della stessa fatalistica accettazione delle sorti della vita, la presa di coscienza della finitezza dell’essere umano.

Ma più che spiegata, l’appocundria va evocata. E lo fa sempre lui, Pino Daniele, in modo così vivido che sembra di toccarla: “appocundria è chi è sazio e dice che è digiuno. Appocundria di nessuno”, canta nella canzone omonima, contenuta nell’album Nero a metà.

Un modo di dire intenso come il modo di vivere partenopeo. E se è vero che apprendere una nuova lingua significa “acquisire un nuovo punto di vista nella visione del mondo fino allora vigente” (Humboldt), allora i dialetti diventano una risorsa espressiva preziosa, che ci permette di accedere a una percezione della realtà nuova, a un nuovo sistema di pensiero e a un nuovo modo di comunicarlo. A volte, è solo questione di trovare le parole giuste.

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Fonte: www.illibraio.it