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“Tempi eccitanti”: l’esordio di Naoise Dolan, la nuova Sally Rooney

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Tempi eccitanti è brillante, sorprendente, esilarante e tutte le altre festose assonanze che vi possono venire in mente. Non si fa per dire. Il libro, pubblicato dalla casa editrice Atlantide e tradotto da Claudia Durastanti, è uscito in Gran Bretagna nell’aprile scorso ed è diventato un bestseller (sono già stati acquistati i diritti per trarne una serie tv), che ha valso a Naoise Dolan, ventottenne irlandese, l’appellativo di “nuova Sally Rooney” (del resto, quale millennials non è stato influenzato dal successo della celebre autrice di Parlarne tra amici e Persone normali?).

Materia della narrazione sono le relazioni di oggi: le relazioni che non possono essere definite tali, il sesso, il ghosting, il maschilismo, l’incapacità comunicativa, la frustrazione, i rapporti di potere, il lavoro precario e il conto in banca sempre al limite. Il tutto, condito con spunte blu, smartphone che vibrano di continuo, sta scrivendo… che compaiono e scompaiono dalla visuale, videochiamate e social da ispezionare fino allo stalking. Da sfondo, una città scintillante, mastodontica, caotica e indifferente, simbolo di uno stile di vita globalizzato e insostenibile: Hong Kong.

tempi eccitanti

La nostra protagonista si chiama Ava, ha ventidue anni e viene da Dublino. È scappata dalla sua città investendo i soldi del suo “fondo per l’aborto”, ed è un tipo crudele e un po’ saccente, cinica, sempre sul pezzo quando si parla di politica, profondamente anticapitalista e femminista.

Si barcamena come insegnante (sottopagata) di inglese in una prestigiosa scuola per bambini ricchi, mentre stringe una strana relazione con Julian, affascinante banchiere londinese tutto d’un pezzo.

Stanno insieme? Non stanno insieme? Sono amici, fidanzati o qualcos’altro?

Diciamo che hanno un accordo. Si parlano, ma non si dicono tutto. Desiderano stare vicini, ma mantengono sempre le distanze. Fanno sesso, ma fuggono impegni ed etichette. Di risposte certe non ce ne sono, e forse non ce n’è nemmeno bisogno.

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Eppure, anche se all’orizzonte non si vede nemmeno l’ombra di un legame stabile, Ava decide di trasferirsi nell’appartamento algido e perfetto di Julian, dopo essersi cimentata nell’ardua impresa di trovare un’abitazione decente ed economica in città. E anche se questa scelta potrebbe far pensare a una sorta di convivenza, in realtà il loro rapporto somiglia di più a quello tra due coinquilini. Infatti, Ava dorme nella camera degli ospiti.

Niente impegni, nessuna aspettativa: insomma, leggerezza. Così tanta che quando Julian prende un volo per Londra, Ava non ha problemi ad avvicinarsi a Edith, avvocatessa carismatica, dolce e irresistibile.

È lei a dare una sterzata imprevista alla storia (e al ritmo), riempiendola di conversazioni stravaganti, dense, letteralmente ipnotizzanti. Ava ne è sedotta (come pure chi legge), e non può fare a meno di interrogarsi su se stessa e sul tipo di relazione che stanno costruendo. Così diversa da quella precedente con Julian – caratterizzata dalla distanza e dalla compostezza, in cui l’unico imperativo inviolabile è non mostrarsi mai fragili e bisognosi – con Edith è tutto un flusso naturale, coinvolgente, erotico e inaspettato. E anche loro, cosa sono? Che tipo di rapporto hanno? I nodi, chiaramente, vengono al pettine quando Julian torna in città, e Ava si ritrova davanti a una scelta.

La confusione e la vaghezza in cui galleggia svelano però che il rapporto più difficile per la ragazza non è quello con gli altri, ma con se stessa: riuscire a comprendersi, decifrarsi, accettarsi vulnerabile. La sua assoluta centralità – che risalta anche grazie al ricorso alla prima persona –  riduce ad ombre tutti gli altri personaggi, che ricoprono funzioni accessorie e passeggere, come se fossero lì soltanto per riflettere la sua interiorità. Il Guardian ha notato questo aspetto e ha descritto Tempi eccitanti come un romanzo “dall’atmosfera stranamente solipsistica, come una sala di specchi, dove ogni tentativo di guardare verso l’esterno è soddisfatto solo dal tuo stesso viso”.

E di fatto, al di là della trama, il libro non affronta solo la complessità di riconoscere il proprio orientamento sessuale e la possibilità del poliamore, ma è un ritratto della lotta che ogni giovane donna si trova a vivere (come si è visto non solo nei romanzi della già citata Sally Rooney, ma anche, ad esempio, in Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh). Ava si chiede spesso se quello che fa o che dice è quello che farebbe o direbbe una buona femminista, si sente sbagliata, combattuta tra quello che la società – e gli uomini – si aspettano da lei, tutti i principi di cui si fa portavoce e i suoi desideri più profondi.

È proprio in questo pensiero che si manifesta tutta la forza del romanzo (e non solo nella prosa – impertinente e un po’ punk, pungente e caustica senza mai risultare autocompiaciuta, fatta di frasi lapidarie e dialoghi asciutti -): il bisogno di ritrovare il desiderio femminile, metterlo al centro, esaminarlo, osservarne le contraddizioni e le complessità, restituirgli dignità. Semplicemente, accettarlo.

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Fonte: www.illibraio.it