Chi è abituato a frequentare la scrittura di Javier Cercas potrebbe in un primo momento accogliere con stupore il suo nuovo romanzo Terra Alta (Guanda, traduzione di Bruno Arpaia), vincitore del Premio Planeta 2019, uno dei più importanti riconoscimenti letterari spagnoli. Tradotto in più di trenta lingue, per l’autore è un ritorno, dopo una serie di libri a metà tra fiction e non-fiction, alla forma unica del romanzo, ma con una svolta di genere: il giallo dalle tinte noir.

Questo perché, come ha raccontato al Venerdì di Repubblica, sentiva il dovere di imprimere una direzione diversa al suo lavoro: “Arrivato a un certo punto, ho avvertito il pericolo di ripetermi, di diventare l’imitatore di me stesso. Quanto di peggio possa succedere a uno scrittore”.

La preoccupazione di essere rinchiuso in uno schema vizioso porta quindi Cercas a sperimentare una forma narrativa più asciutta, a cui dà l’ossatura del thriller, con fitti momenti dialogici e un procedere incalzante. Un esordio di genere sapiente, che mostra come l’autore, prima di essere uno scrittore, sia un appassionato lettore.

Javier Cercas, Terra Alta

Nei saggi raccolti in Il punto cieco (Guanda, traduzione di Bruno Arpaia), attraversando gli universi di Borges, Kafka, Melville, Tomasi di Lampedusa, Cervantes, Vargas Llosa, ma anche i suoi stessi romanzi, Cercas mette a fuoco ciò che per lui è la chiave di un romanzo che valga la pena di esser scritto: la capacità di lasciare uno spazio vuoto, taciuto, che il lettore deve sentirsi libero di occupare e dove, una volta conquistato, raccogliere il non detto che l’opera semina.

Per lui non esistono generi minori o maggiori in cui la letteratura può meglio incarnarsi, ma è il modo con cui li si attraversa.

In Terra Alta il punto cieco lo si può ricercare tra le due anime del libro, che insieme convivono e si completano; da un lato il caso poliziesco che tiene incollato il lettore in attesa di vederne la soluzione: chi ha commesso il cruento massacro dei coniugi Adell, famiglia in vista della Terra Alta, cittadina nel sud della Catalogna?

“Due ammassi insanguinati di carne rossa e violacea sono uno di fronte all’altro, su un divano e una poltrona zuppi di un liquido grumoso – misto di sangue, viscere, cartilagini, pelle – che è schizzato anche sulle pareti, sul pavimento e perfino sulla cappa del camino. Nell’aria aleggiano un violento odore di sangue, di carne tormentata e di supplizio, e una sensazione strana, come se quelle quattro pareti avessero preservato le urla del calvario cui hanno assistito”.

E dall’altro, il lento snocciolarsi del passato ingombrante del protagonista Melchor, il poliziotto chiamato a risolvere il caso.

“Si chiamava Melchor perché la prima volta che la madre l’aveva visto, appena uscito dal suo ventre e sgocciolante sangue, aveva esclamato fra singhiozzi di gioia che sembrava un re magio. Sua madre si chiamava Rosario e faceva la puttana”.

Melchor, prima di entrare nel corpo di polizia, ha alle spalle una vita di criminalità e prigionia, ma ha anche un passato da eroe involontario per aver contribuito all’uccisione dei quattro jihadisti dell’attentato di Barcellona dell’agosto 2017, episodio che lo porterà a spostarsi dalla vita frenetica di città a quella, apparentemente tranquilla, della profonda Catalogna, dove vive con la moglie Olga e la figlia Cosette.

Mentre l’indagine prosegue a ritmo sincopato, pagina dopo pagina, vi è un anche un andamento più lento che accompagna il percorso interiore del protagonista, alle prese con un mondo violento che gli sfugge, e nel quale si muove alla ricerca di uno suo scopo che lo porterà a fare i conti con la propria morale e il concetto di giustizia.

Melchor ha una sua bussola per orientarsi nella mediazione con ciò che lo circonda: I miserabili di Victor Hugo; è infatti nell’eroe Jean Valjean, ma anche nel cattivo Javert, che il poliziotto si riconosce sdoppiato nella sua natura di malvivente e rispettoso della legge, al punto da credere che il libro parli di lui.

“Quella mattina stessa cominciò a leggere il romanzo. Lo fece con una totale mancanza di convinzione, però, influenzato dal commento del Francese, lo fece anche come se non fosse lui a leggere il romanzo ma il romanzo a leggere lui, e dopo cento pagine, arrivato all’episodio in cui Jean Valjean, appena lasciato il carcere, vaga per la città in cerca di rifugio senza che nessuno lo accolga, affamato, intirizzito, esausto e cencioso, si accorse che le lacrime gli stavano rigando le guance”.

Per il lettore più attento non sarà difficile ritrovare la domanda tematica che attraversa i libri precedenti di Cercas e che, nella rigorosità del genere giallo, emerge con maggiore limpidezza: cosa accade quando la giustizia diventa la più grande tra le ingiustizie?

Questo quesito riecheggia dell’impegno politico dell’autore, ma nel romanzo non si troverà risposta, per permettere al lettore di insinuarsi in quel punto cieco che lo porterà a continuare da solo il discorso una volta chiuso il libro.

 

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