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Tommaso Zorzi racconta il suo primo romanzo: “Si può ridere di tutto, se lo si fa nel modo giusto”

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“Bea, ma la pianti o no di grattarti la figa?”. Quello di Tommaso Zorzi, classe ’95, influencer da quasi 800mila follower su Instagram, è un incipit che non lascia spazio a equivoci. Di origini milanesi, Zorzi è stato uno dei volti protagonisti di Riccanza, docu-reality prodotto da Mtv Italia, e ha partecipato a Pechino Express al fianco di Paola Caruso. Siamo tutti bravi con i fidanzati degli altri (Mondadori) è il suo primo romanzo, dedicato “a tutti i casi umani che mi hanno reso la persona che sono oggi”.

siamo tutti bravi con i fidanzati degli altri

Di libri scritti da personaggi del web ne abbiamo visti tanti – uno degli ultimi è stato il tanto chiacchierato bestseller Le corna stanno bene su tutti, ma io stavo meglio senza di Giulia de Lellis, scritto a quattro mani con Stella Pulpo, aka Memorie di una Vagina. Al contrario, intervistato da ilLibraio.it, Tommaso Zorzi ci tiene a specificare che tutto ciò che è scritto è farina del suo sacco: “La prima frase del libro è lì a scanso di ogni equivoco”, ci racconta. “Se c’è qualche scettico, voglio togliergli subito il dubbio. Non c’è nessun ghostwriter o co-autore dietro. Chi mi segue sa che questo libro non può averlo scritto nessun altro”.

E in effetti il profilo Instagram dell’autore e il suo romanzo hanno molte cose in comune: spontaneità, spirito critico, senso dell’umorismo, il tutto condito da un linguaggio sfrontato e pungente. Ma di Tommaso Zorzi, almeno all’apparenza, nel libro non c’è traccia. Con uno stile fresco e scorrevole, l’autore ci porta a Milano, nella casa di Porta Venezia che Filippo Villa, il protagonista, condivide con la sua migliore amica Bea e il suo bassotto a pelo ruvido, Gilda. Dei tre, l’unico personaggio reale è proprio il cane.

“Nascondendoti dietro un personaggio di fantasia riesci a raccontare i fatti con più facilità. Lasci anche il beneficio del dubbio, magari non è successo proprio a lui”. Ma, quando gli chiediamo in che misura il racconto possa dirsi autobiografico, Zorzi ci spiega che, per quanto alcune vicende siano state romanzate e alcuni dettagli siano dovuti a esigenze narrative, “la maggior parte di ciò che racconto sono esperienze vissute, le ho provate sulla mia pelle”.

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Filippo Villa di mestiere non fa l’influencer, anzi. Sul suo profilo Instagram pubblica solo foto di paesaggi e “non ha l’ossessione per le stories”. Affoga i dispiaceri nel Tavernello, cerca possibili fidanzati su Grindr, apre il frigo e lo trova vuoto e freddo “come il deserto del Gobi”; ogni giorno alle otto e quindici la sua sveglia suona It’s Britney, bitch a ripetizione. Dopo i primi capitoli, nessun dubbio: Filippo Villa è uno di noi.

“Se avessi dovuto raccontare Tommaso Zorzi, avrei dovuto raccontare dei social, di gente che parla di me sui social, del circo mediatico, dei processi su Twitter. Ho preferito lasciare fuori quella parte. Volevo normalizzare tante situazioni come l’uscire, il bere, lo stalking… (ride) Tutta una serie di eventi che, più o meno, abbiamo vissuto tutti, e l’ho fatto non giustificandomi mai. Perché io non mi giustifico mai, è una cosa che non fa parte di me. Tutto quello che scrivo, lo scrivo senza pregiudizio”.

Tommaso Zorzi - GettyEditorial 15-06-2020

Normalità è un termine particolarmente calzante, in questo caso. Filippo e la sua amica-coinquilina Bea guardano Cortesie per gli Ospiti su Real Time, una pagina prima s’insultano (per gioco) e quella dopo si amano, i dialoghi tra loro sono così realistici che si ha l’impressione di averli già sentiti – ed è proprio così, perché appartengono alla quotidianità di ogni tipo di rapporto. Quale venticinquenne non ha mai pensato “basta, quest’anno mi fidanzo”? Filippo non solo lo pensa, ma si mette in gioco con l’istintività tipica della sua età, lanciandosi a capofitto nella relazione con Diego, un dogsitter particolarmente “fregno”, per citare l’autore.

“Mi sento come un tredicenne alle prese con la sua prima cotta, quando ancora i superalcolici non potevano intervenire per colmare quel profondissimo pozzo di timidezza e goffaggine che era la mia interiorità”.

Spontaneità, ironia, trasparenza: Tommaso Zorzi racconta le situazioni per quello che sono: “Volevo che questo romanzo fosse un po’ la voce di una generazione. Volevo normalizzare la sessualità senza dare etichette, parlare di cose che imbarazzano molte persone o di cui non vogliono parlare, ma che comunque esistono. Diego, ad esempio, va con uomini e con donne, ma non ho mai usato la parola bisessuale in tutto il libro. Io sono così, non do etichette”.

Le opinioni dell’autore sono chiare, ma mai didascaliche. È il racconto stesso a parlare. Filippo Villa stesso è un libro aperto: sappiamo ciò che prova in ogni momento, senza censure (fa fede il racconto della prima volta in cui va a letto con Diego) e con ironia. Un’ironia che non si risparmia, ma che investe ogni aspetto della vita, da quello estetico a quello sentimentale.

“Ironia non vuol dire minimizzare un problema o screditarlo. Io so con che spirito faccio una battuta, e non è mai per offenderti. Non si può vivere in una dittatura del politicamente corretto, in cui bisogna dire una cosa, ma bisogna dire che è anche vero il contrario per non rischiare di urtare la sensibilità dell’altro. Si può ridere di tutto, se lo si fa nel modo giusto”, spiega l’autore.

E infatti Filippo ride – degli altri, di Bea, di se stesso – e noi ridiamo con lui, ma è una risata innocente, smaliziata. “La prima cosa da non fare se stai facendo ironia? Chiedere scusa. Se chiedi scusa vuol dire che non stavi facendo una battuta. Mai chiedere scusa, mai. Questo è proprio un tatuaggio. (ride) Abbiamo tanti motivi per non essere felici, non troviamone altri”. Una visione della realtà caustica e spregiudicata ma, al tempo stesso, allegra e consapevole, in cui ogni evento viene ridimensionato e messo in prospettiva. Perfino la scoperta di un tradimento, tema ricorrente in tutto il romanzo, diventa occasione per una gag tragicomica, in cui i sentimenti del lettore sono contrastanti: la situazione è infelice, eppure l’insieme di coincidenze e il tono con cui vengono raccontate non può che strappare un sorriso.

“È un po’ una mia fobia, quella del tradimento”, racconta Zorzi. “Penso che esista specialmente nell’ambiente gay, ma in generale è una delle mie paure più grandi. Rimanere solo, non riuscire mai a trovare nessuno. Ho il terrore del tradimento, in amicizia peggio che in amore”. Filippo Villa li sperimenta entrambi: tradito in amore, tradito in amicizia. Tommaso Zorzi, invece, riuscirebbe mai a perdonare un tradimento? “Sì. Poi dipende dal tradimento. L’amante no. La scappatella… che te devo dì. Io sono della scuola di pensiero: se l’hai fatto non dirmelo, grazie. Devi essere abbastanza bravo da non farmelo mai sapere, m’incazzo di più perché l’ho scoperto piuttosto che per la cosa in sé. Come tutte le cose, se la fai la devi fare bene”.

Quando gli chiediamo un titolo o un autore a cui è particolarmente affezionato, Zorzi attinge al repertorio dei grandi classici: “In questa quarantena ho avuto una fase di rilettura di libri del liceo. Ho riletto Il Gattopardo, ci credi? Ma direi anche La fattoria degli animali, di Orwell, o La metamorfosi di Kafka”.

In realtà, quella della scrittura è una passione che lo accompagna fin da quando era adolescente: “Il mio insegnante d’italiano al tempo era Alessandro D’Avenia. Lui lesse il mio primo tema in classe e mi disse ‘tu devi scrivere’. M’iscrisse a un concorso di letterario, lo vinsi e poi ne vinsi un altro paio… Poi niente, perché andai a vivere in Inghilterra. Però dovrebbe esserci ancora qualche mio racconto online”, racconta.

Siamo tutti bravi con i fidanzati degli altri, al momento della nostra chiacchierata con Tommaso Zorzi, non è ancora uscito. Mancano pochi giorni. “Non vedo l’ora che le persone lo leggano e mi dicano cosa ne pensano. Se m’immedesimo in un mio follower, questo è l’unico libro che accetterei oggi da Tommaso Zorzi. Niente di diverso”.

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Fonte: www.illibraio.it