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Tra Lanthimos, Buzzati e Lolita: Anja Trevisan racconta “Ada brucia”, storia di un amore minuscolo

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La prima volta che vidi Kynodontas avevo sedici anni e non riuscii a capire bene perché quel film mi fosse rimasto tanto addosso. Lo trovai in un sito, qualità bassa, lingua originale (greco), sottotitoli in inglese. Mi attirò il titolo, non guardai nemmeno la trama. Ricordo bene che quando lessi nei sottotitoli parole al posto di altre pensai: devono aver sbagliato a tradurre. Avevo sedici anni e Kynodontas mi si attaccò da qualche parte, dentro, e non mi volle lasciar stare nemmeno di notte, rimanendo al centro dei miei pensieri fino a subito prima di addormentarmi.

Continuavo a chiedermi come un genitore potesse decidere di chiudere i propri figli in casa facendo loro credere che il mondo fuori è diverso da ciò che è realmente. In alcuni momenti credevo volesse proteggerli, in altri che fosse pazzo, in altri ancora che il film fosse solo una metafora e in realtà Lanthimos (che poi è salito di diritto sul podio dei miei preferiti) mi stesse prendendo in giro. A sedici anni non volevo che qualcuno mi spiegasse le cose; volevo solo capire perché a me interessassero così tanto.

Alla fine non ci riuscii. Accettai semplicemente il fatto che alcune sensazioni, guardando qualcosa che sentiamo come nostra, in qualche modo, che ci risuona dentro con un’eco che si prolunga per giorni interi, vanno semplicemente assecondate.

Il primo gradino verso la stesura di Ada brucia è merito di Lanthimos. Merito di quel sito orribile fatto di sole immagini sgranate, un pomeriggio estivo in cui mi annoiavo.

Dopo pochi giorni scoprii che l’argomento principale della storia che avrei scritto (che pensavo sarebbe rimasta per sempre nello schermo del mio computer, come le altre), sarebbe stata la reclusione.

Poi ci sono state solo altre due opere che mi hanno regalato la stessa emozione: Un amore di Buzzati, che la prima volta che lo lessi mi fece solo sentire a disagio. Odiavo il protagonista e odiavo anche la ragazzina, tanto che nei mesi successivi non mi capacitavo di non essere ancora riuscita a scrollarmeli di dosso, e allora cercai nella libreria dei miei genitori Lolita. L’avevo già preso in mano, quella che abbiamo è un’edizione vecchia, all’inizio ci sono cinquanta pagine di biografia che leggevo ogni tanto per farmi venire sonno, quando alle due del mattino ero ancora in piedi a scrivere. Lolita l’ho letto tre volte e ogni volta era una sorpresa. E sono sicura che se lo ricominciassi, proverei altre sensazioni e sottolineerei altre frasi. L’obbligo di Dolores nel rimanere accanto a Humbert mi fece star male, ma ero innamorata del modo in Nabokov me lo raccontava, e non riuscivo a odiarlo. Ma la verità è che c’era un motivo se tornavo sempre tra quelle pagine: l’amore.

In tutte le mie storie rimaste incompiute l’amore c’è, a volte un po’ nascosto, a volte proprio lì davanti agli occhi di tutti. Ho tentato di evitarlo, di parlare d’altro, di concentrarmi su cose che ritenevo meno scontate, ma in qualche modo finivo sempre lì, e più le cose si facevano dure, più l’amore era scorretto, più io avevo voglia di vederne il processo e la fine.

Dopo mesi Ada è arrivata da sola, e l’ho immaginata subito in un posto assolato e pieno di alberi, e poi si è delineato tutto il resto, fino ad arrivare a uno schema di tutto ciò che finora mi aveva colpito mentre leggevo o guardavo.

Poi, per fortuna, Ada e Rino hanno preso vita propria staccandosi completamente da tutti gli altri, non potendo essere altro che loro stessi. Erano miei e lo sono stati fino all’ultima parola, perché ora mi sembra di averli lasciati andare, ora che finalmente possono conoscerli anche completi estranei, senza che io prima possa avvertirli, senza che conoscano me e che sappiano quanto tempo mi ha richiesto sia capirli a fondo sia salutarli una volta per tutte.

Nella loro storia ho voluto racchiudere tutte le sensazioni che provavo quando mi trovavo di fronte a opere che sentivo vicine e allo stesso tempo anni luce lontane dalla mia esperienza di vita, per riuscire a capire meglio che cosa mi attraesse tanto di personaggi come Humbert o Rino. La conclusione a cui sono arrivata è che entrambi erano visti con l’ottica dell’amore, attraverso il filtro di un sentimento tanto forte che anche le cose peggiori vengono tinte di rosa. Ed è la dimostrazione di come un sentimento, all’interno di un romanzo, possa farci credere che piegare la giustizia a suo favore sia giusto, che tutto sommato ci sia di peggio, che sia comprensibile.

L’importante, poi, è tornare alla realtà.

Ada Brucia

L’AUTRICE E IL SUO PRIMO LIBRO – Anja Trevisan (1998), vive a Este, in provincia di Padova, dove è cresciuta. Dopo il liceo ha frequentato la Scuola Holden di Torino e dopo il diploma ha scelto di provare a dedicarsi totalmente alla scrittura. Appassionata di cinema, scrive analisi e recensioni di film in concorso a vari festival cinematografici, tra cui il Festival di Venezia.

Ada brucia – storia di un amore minuscolo (effequ) è il suo primo romanzo. Tra Lolita di Vladimir Nabokov e film come Kynodontas di Yorgos Lanthimos, il libro è una favola oscura raccontata in piena luce: in un’atmosfera fiabesca e sospesa sopra ogni giudizio, le convenzioni si ribaltano e non si sa più cos’è l’amore: Rino rapisce la piccola Ada durante una festa patronale. Convinto di amarla, la costringe in casa: così Ada cresce con lui, senza mai uscire, convinta di non poter toccare l’erba e il pavimento fuori perché priva delle scarpe che le impedirebbero di bruciarsi. Il mondo che Rino plasma per Ada, sfumato tra sogni e menzogne, è un carcere perfetto, nel quale la giovane vive senza troppo chiedersi cosa c’è oltre, interrogandosi sulla parola amore e su quello che succede quando si cresce. Dopo 13 anni, però, quel mondo crolla: Ada viene salvata, Rino processato. Il resto delle loro vite è attesa.

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Fonte: www.illibraio.it