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“Tutti hanno un segreto”: Ferzan Özpetek racconta “Come un respiro”

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A predirne il successo, dopo la prima lettura, era stata Mina. Ma che Come un respiro (Mondadori), terzo romanzo del regista Ferzan Özpetek, avrebbe raggiunto le otto edizioni in pochi mesi, rimanendo saldo nella top ten dei libri più venduti, forse non lo immaginava nemmeno l’autore.

Da mesi in classifica. Özpetek, se lo aspettava?
“No, non me lo aspettavo. Il libro è andato subito benissimo, quando è arrivato primo in classifica ho chiamato mio fratello Isaf e Valter, ai quali il libro è dedicato. Ma la prima estimatrice era stata Mina. Mentre scrivevo la sceneggiatura de La Dea Fortuna, una mattina, molto presto, mi ha chiamato Gianni Romoli, il mio produttore e co-sceneggiatore. ‘Ho scritto dieci pagine del libro’, gli ho annunciato, e lui si è detto certo che avrebbe avuto successo. Quando ho finito la stesura l’ho mandato a Mina, a cui avevo anticipato due anni prima la storia che avrei voluto raccontare: è stata la mia prima lettrice, gliel’ho mandato alle due e alle sei già mi richiamava. ‘L’ho finito. È meraviglioso’, ha detto”.

La prima fan: profetica.
“Sì, Mina ha anche detto che non avrei dovuto pubblicare il libro, ma farne direttamente un film. Per ora, però, ho altri progetti: sono già arrivate proposte da alcune produzioni, ma se ne riparlerà più avanti”.

Ferzan Özpetek - foto Ghilardi

Ferzan Özpetek – foto Ghilardi

In effetti Come un respiro ha tantissimo dei suoi film: molti stilemi del suo cinema, sia nella trama sia nella costruzione delle scene. Sembra imbastire le pagine già nella forma immaginifica e concreta di una sceneggiatura già compiuta. Quanto di letterario c’è nel suo cinema, e quanto di cinematografico nella sua scrittura?
“C’è perfetta commistione fra le arti: tra la scrittura, il libro, la musica, la pittura e il cinema, sono tutte mescolate. Il cinema è un po’ la somma, la conclusione tra le arti. Lo vedo anche dal mio passato: ho vissuto due anni dipingendo e vendendo quadri, e questa esperienza mi è tornata utile nel cinema, nella scelta dei colori e delle immagini”. 

Quali letture le sono state d’ispirazione?
“Leggevo molto i classici, la letteratura russa e francese. Mi piacevano i libri profondi, e adoravo James Baldwin. Da bambino mi rinchiudevo a leggere nella biblioteca di casa, ricordo che una volta entrò mia madre con una sua amica e finsi di essermi addormentato per farle andare via. Mentre uscivano l’amica le disse: ‘Ma gli fai leggere Jane Eyre a undici anni, con quelle scene spaventose?’. Che delusione poi: sono andato a cercare le scene di cui parlava e non ho trovato niente di scandaloso. Tra gli italiani invece ho amato moltissimo Va’ dove ti porta il cuore: vorrei essere Susanna Tamaro per poter scrivere un romanzo così”.

Nel suo terzo romanzo torna molto della sua esperienza: nel mistero – che non sveleremo qui – delle due sorelle che si perdono e si inseguono si snodano le due Rome della sua vita, la Roma dove vive e la Istanbul dov’è nato. Quanto c’è dei suoi ricordi?
“Ha detto bene: sono due Rome, due capitali imperiali. Però non esistono più: la Istanbul che ho lasciato da ragazzo non c’è più, ma non c’è nemmeno la Roma che ho conosciuto quando sono arrivato per studiare cinema. Io sono un regista italiano, il mio cinema è italiano, sto qui da quarant’anni: la Istanbul che racconto è quella dei miei ricordi. La storia che ho scelto di narrare, invece, è una mia fantasia di risposta a quella di mia nonna, che non parlò con sua sorella fino alla morte”.

Il romanzo vola via in un soffio, in un respiro appunto, nell’intreccio di un gruppo di amici che si imbattono in queste due anziane vite smarrite: un andamento che il suo cinema e la sua scrittura hanno in comune. Elemento tipico della sua poetica è l’introspezione: le crepe che si aprono nella normalità svelando piccoli segreti. Tutti hanno un segreto?
“Certo che sì. Tutti hanno un segreto”.

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Fonte: www.illibraio.it