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“Un libro che arriva al momento giusto può salvarti la vita”: Federica Bosco si racconta

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Quando si parla di sentimenti, donne e libri è un attimo: si rischia di cadere in qualche definizione affrettata e di affibbiare, con un certo distacco, etichette come chick lit o romanzi rosa. Eppure, al di là dei pregiudizi e di certi snobismi da superare in fretta, è inevitabile notare come – numeri alla mano – tanti di questi libri abbiano conquistato il cuore di lettrici e lettori, alcuni addirittura diventando veri e propri casi editoriali, scalando le classifiche e vendendo migliaia di copie.

Per questo forse varrebbe la pena continuare a chiedersi cosa ci stiamo perdendo? E perché ci si ostina ad avere un atteggiamento così scostante nei confronti di determinati titoli?

ilLibraio.it, che da tempo dedica spazio ad approfondimenti e interventi sull’argomento, ha parlato di tutto questo con Federica Bosco, instancabile scrittrice e sceneggiatrice di successo, ora in libreria con il suo nuovo romanz:o Un angelo per sempre (Newton Compton Editori). Bosco, che è stata finalista al premio Bancarella 2012, lavora nel mondo della scrittura ormai da quindici anni e ha all’attivo una ricca produzione di romanzi e manuali di self-help. Ha pubblicato con case editrici come Garzanti, Vallardi e Mondadori, raccontando storie romantiche e coinvolgenti, attraverso uno stile che, pur cambiando da romanzo a romanzo, riesce a mantenere sempre un tono ironico e leggero, e uno spirito riflessivo e introspettivo.

un angelo per sempre

Per una scrittrice che ha deciso di fare dell’amore e del sentimento il cuore della sua scrittura, qual è l’aspetto più importante da coltivare?
“In realtà ho fatto delle relazioni il centro della mia scrittura, quelle sentimentali, di amicizia, con i genitori, i figli, i colleghi. Tutta la nostra vita è relazione, e di conseguenza sentimenti, amore, odio, aspettative, delusioni, sorprese, speranze, morte. Cerco di essere più realistica possibile, non amo le storie scontate, romanzate, plastificate. Tutta la nostra vita è un continuo conflitto con noi stessi e gli altri, un continuo credere che una volta ottenuto l’amore ideale, il lavoro dei sogni o la casa perfetta saremo finalmente felici, per poi renderci conto che non è così, e finiamo per sentirci delusi, confusi e profondamente in colpa. Finché non riusciamo a scardinare le abitudini e le aspettative inculcate dai genitori e dalla società siamo destinati alla frustrazione. Per questo ogni volta che scrivo una storia parto da qualcosa che ho urgenza di comunicare, qualcosa che ho vissuto (la fine di un amore, la perdita di un amico, un dolore), qualcosa di cui ho paura (un cambiamento, un dubbio) o qualcosa che avrei voluto fare, ma non ho avuto il coraggio. È essenziale per me creare una forte empatia col lettore, riuscire attraverso il mio vissuto a crearmi e creare nuove speranze, perché credo fermamente che un libro che arriva al momento giusto può salvarti la vita”.   

“Non esistono più le storie d’amore di una volta”, si sente dire spesso: lei è una nostalgica dei tempi passati, o è ottimista di quelli che stiamo vivendo?
“Sono una nostalgicona, ahimè. Il mio cuore è rimasto fermo agli anni Ottanta, la musica, la vita, l’energia, la libertà. Sapevamo aspettare, una lettera ci metteva una settimana ad arrivare al destinatario e un’altra settimana ci voleva per ricevere una risposta. Il telefono era qualcosa che stava solo in casa e spesso con il lucchetto, ci si guardava negli occhi, si sognava, ci si dedicavamo canzoni alla radio e tutto era più semplice e possibile. Adesso è decisamente più complicato, come non ci fosse più tempo per niente e per nessuno, la noia subentra rapidamente, l’impegno e la dedizione sono qualcosa di faticoso, come vivessimo un’eterna adolescenza. E credo che siano proprio quelli della mia generazione a esserci ‘rimasti sotto’, con la promessa di un mondo fatto di valori e giustizia che si è poi scontrato con una realtà del tutto diversa. Non perdiamoci di vista è un tributo a quegli anni magici e a noi ‘ragazzi’ che passavano i sabati pomeriggio sul motorino a inventarci il futuro”.

Molto spesso a chi scrive d’amore viene associato il ruolo di guru dei sentimenti. A lei è mai capitato che le sue lettrici e i suoi lettori chiedessero qualche consiglio? Le piacerebbe tenere una posta del cuore?
“I miei lettori mi chiedono continuamente consigli, dato che ho scritto diversi manuali di self help principalmente su come superare la fine di una relazione. Ma considerarmi un ‘guru’ mai e poi mai, bisogna sempre diffidare da chi pretende di insegnarci la vita. Sono la prima ad ammettere di soffrire e aver sofferto in maniera spropositata, sono un’ipersensibile e, come tale, la mia vita è più complicata di quella di chi ha una sensibilità nella media, sento tutto, provo emozioni estreme e fatico a vivere in un mondo distratto e crudele. Ma partendo dai miei dolori, i miei errori e quello che negli anni ho capito su di me, provo a suggerire qualche soluzione, a dare una mano come un’amica, o una sorella, e spesso è più facile rivolgersi a uno sconosciuto che a un amico o a un familiare di cui temiamo il giudizio. Esiste ancora la posta del cuore?”.

E a questo proposito. Sicuramente viviamo in un periodo di nuove dinamiche sentimentali. Tinder, siti d’incontri, social, spunte blu… tutta questa nuova sfera emotiva e, di conseguenza, questi nuovi stili di vita, come entrano nei suoi romanzi?
“Proprio perché parlo di vita reale, tutto entra nei miei romanzi: Tinder, casi umani, spunte blu, ex. Non tutto mi riguarda direttamente, ma ho un osservatorio molto privilegiato fatto di lettrici, amiche e Netflix che mi ispira continuamente”.

Quali sono secondo lei le forme di narrazione che meglio riescono a raccontare i sentimenti in questo momento – tra libri, film, serie tv, nuovi media…? C’è qualche storia che l’ha colpita?
“Decisamente le serie tv sono la migliore forma di narrazione attuale. Ce ne sono di coraggiose, scorrette, sopra le righe, assurde. Guardo di tutto, non ho pregiudizi, credo che un autore debba rimanere aperto a tutto ed essere sempre molto curioso. Ho amato Ozark, Good girls, Chiami il mio agente, After life, You, Fleabag, ma sono anche molto attenta ai prodotti per adolescenti. Le nuove generazioni a differenza nostra non hanno timore reverenziale, vergogna sociale, o imbarazzo nei confronti di un superiore sia esso un genitore, un insegante o un datore di lavoro. Non lo considero necessariamente un bene, ma certamente trattandosi di fiction più sei disposto ad andare oltre più riesci a colpire. Mi riferisco a serie come Euphoria, Baby, Riverdale, Tredici che, ammetto, avrei voluto scrivere”.

In un’intervista al sito di Io Scrittore ha dichiarato che molti dei suoi romanzi vengono considerati chick lit. A volte questo genere – come anche la letteratura detta al femminile – soffre di qualche pregiudizio. Lei come cerca di scardinarli?
“Andando avanti, continuando a lavorare con onestà intellettuale, continuando a crescere. I miei ultimi romanzi sono molto diversi dai primi dove cercavo un ritmo più scanzonato, quasi da sit com, ora le lettrici mi accusano di farle piangere (che per me è una vittoria). Fortunatamente di chick lit sento sempre meno spesso parlare, ma l’etichetta ‘rosa’ è ancora molto difficile da staccare dallo scaffale. Si sa che i libri seri sono quelli scritti dagli uomini, mentre le donne si ‘trastullano’ con le storie d’amore. Lasciamoglielo credere… Ho alcune amiche scrittrici che stimo molto, ci sosteniamo a vicenda, facciamo squadra, è già una conquista”.

Parliamo sempre di donne, letteratura ed editoria. In quanto donna, come ha vissuto il suo percorso nel mondo dell’editoria?
“Quando ho cominciato a scrivere avevo più di 30 anni e non avevo mai pensato che sarei diventata una scrittrice. Ho lavorato molto, sono uscita di casa a diciannove anni mi sono sempre mantenuta da sola, e sono sempre stata una persona molto concreta, quindi mantenermi scrivendo romanzi non rientrava davvero nei miei progetti. Questo mi ha fatto sempre tenere i piedi per terra, so di essere fortunata e onoro il dono che ho ricevuto al meglio che posso. Ho avuto il privilegio di lavorare con grandi editori (Newton Compton, Mondadori, Garzanti, Vallardi) e ottimi editor. Non sono una grande presenzialista, preferisco stare a casa, lavorare sodo, comunicare coi social. In questo rientro molto nell’immagine classica dello scrittore”.  

E al di là del suo percorso personale, crede che nel mondo del libro ci siano differenze tra uomini e donne, non solo nel momento della pubblicazione, ma anche per come vengono accolti dal pubblico?
“Sì, lo credo, e credo che sia un difetto tipicamente italiano. Un retaggio culturale che non cambierà finché non ci sarà stato un completo ricambio generazionale. Il mercato anglosassone per esempio è molto più meritocratico: se produci qualcosa che genera indotto non importa di che genere sei. Immagino se qualcuno avesse proposto 50 sfumature in Italia, probabilmente avrebbero storto il naso. Sophie Kinsella ha creato un impero, la Rowling è una delle donne più ricche al mondo, e qui parliamo ancora di ‘libri rosa’”. 

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Fonte: www.illibraio.it