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Una famiglia e la sua memoria, raccontata da Esther Safran Foer

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Capita che le doti che un genitore coltiva nella sua professione si trasmettano ai figli; a volte capita anche l’inverso: Esther Safran Foer, madre di tre scrittori con diverse pubblicazioni alle spalle, esordisce con il memoir Voglio sappiate che ci siamo ancora (Guanda, traduzione di Elisa Banfi) in cui racconta della sua – personale e al contempo collettiva – ricerca delle origini.

Il tema della memoria, del ricordo, e la paura di perdere ciò che trova il suo naturale posto nella mente umana, è un tema già esplorato, in modi diversi, dai figli di Foer: Jonathan, il celebre autore di Molto forte, incredibilmente vicino (Guanda, traduzione di Massimo Bocchiola) conta tra le sue pubblicazioni storie inventate sullo sfondo di fatti realmente accaduti; Franklin, noto giornalista e saggista (in Italia Longanesi ha pubblicato I nuovi poteri forti, traduzione di Matteo Camporesi), già direttore di The New Republic e attuale firma di The Atlantic; Joshua, vincitore del 2006 dei campionati statunitensi di memoria, e cofondatore di Atlas Obscura, grande raccoglitore di luoghi, storie ed esperienze che vale la pena ricordare.

Il libro di Esther, che è stata per anni direttrice di Sixth and I, istituzione culturale e religiosa, racchiude le diverse attitudini dei figli nei confronti della memoria legandole grazie alla sua lunga esperienza nella salvaguardia dell’identità ebraica: la sovrapposizione di possibilità e speranze ai fatti che non si potranno mai conoscere, la passione per le indagini giornalistiche, il bisogno di catalogare il più possibile per non dimenticare. Quello che ne risulta è la necessità – dichiarata dall’autrice – di dimostrare ai suoi antenati, la cui memoria rischiava di perdersi nel conteggio delle vittime della Storia, che non sono stati dimenticati.

Le radici di Esther si dipanano da Ethel Bronstein e Louis Safran, sua madre e suo padre, scampati allo sterminio nazista, la prima grazie a una lunga fuga a piedi verso l’Asia, il secondo grazie alla generosità di una famiglia disposta a nasconderlo. Oltre al dolore per le discriminazioni subite prima e dopo il genocidio, e per gli orrori a cui hanno dovuto assistere, i genitori di Esther portano con sé il peso di essere gli unici sopravvissuti delle rispettive famiglie, che nascondono all’interno di pesanti silenzi su tutto ciò che riguarda il loro passato.

È solo da adulta che Esther scopre che suo padre aveva perso durante la guerra la sua prima moglie e la loro figlia. Il desiderio di dare un nome, un volto e una storia alla sorella mai conosciuta permette a Esther di aprire una breccia nei silenzi della madre per iniziare una lunga ricostruzione, ancora in atto e che forse mai si concluderà, del suo albero genealogico e delle vicende che l’hanno colpito.

Anche i figli di Esther collaborano: Franklin è il primo che riesce a “intervistare” la nonna, reticente ad aprirsi su tutto ciò che riguarda la loro vita prima del trasferimento negli Stati Uniti, e accompagna la madre in alcuni dei suoi viaggi di ricerca. Ma prima ancora che quei viaggi siano possibili la storia di famiglia diventa protagonista della tesi di Jonathan che, nel tentativo di espanderla, si reca in Ucraina alla ricerca del villaggio di origine del nonno.

Da quel viaggio nasce Ogni cosa è illuminata (Guanda, traduzione di Massimo Bocchiola) con il quale esordisce come scrittore. Il suo insuccesso nel ritrovare la famiglia che, durante l’eccidio nazista, aveva nascosto e salvato la vita a suo nonno, porta Jonathan a scrivere un libro che mescola realtà e finzione: Esther racconta che questa contaminazione non viene apprezzata da tutti, e delle volte in cui, durante le sue ricerche, viene avvicinata da qualcuno che per difendere la propria memoria, le fa notare le imprecisioni contenute nel romanzo del figlio.

Ma Esther è consapevole del fatto che l’atto del ricordare non possa coincidere con la descrizione precisa dei fatti: “La memoria è al contempo tangibile e mutevole. I ricordi non sono statici; cambiano con il tempo, spesso fino al punto di conservare una vaga somiglianza con ciò che è accaduto”. È quindi abbastanza, il divario che esiste tra passato e la sua memoria, per poter declassificare la funzione pubblica del ricordo?

Grazie al successo del romanzo di Jonathan, e del film che ne viene tratto, che si apre interesse storico verso quel villaggio e la sua storia, permettendo a Esther di proseguire con una ricerca che sembrava impossibile. Le storie (moltissime) che Esther riesce a ricostruire hanno dell’incredibile e rieccheggiano i racconti che i figli, nipoti e pronipoti di chi ha abitato l’Europa a metà del ‘900 sentono come parte integrante della storia di famiglia. Imprese incredibili, racconti di guerra, atti di estrema generosità da cui traspare sempre la voglia di vivere nonostante la spietatezza che circonda i protagonisti.

La storia della sua famiglia, racconta Esther, diventa parte di lei, anche emotivamente, secondo un processo chiamato da Marianne Hirsh “post memoria”: “i ricordi traumatici continuano a vivere nella generazione successiva, anche se non ha sperimentato direttamente gli eventi (…) tali ricordi ereditari – frammenti traumatici di eventi – si sottraggono a una ricostruzione coerente”. E infatti mentre le scatole di foto, documenti, lettere e reperti si accumulano, le certezze si svuotano: “più cose scoprivo, meno mi sembrava di sapere davvero”.

Ma più che la definizione di un quadro storico completo, per Esther il ruolo della memoria ha a che fare con l’attribuzione di senso e di valore, sia alle tragedie sia ai momenti più gioiosi: una delle vicende raccontate da Ethel, fu di una volta in cui, in un momento di fame e difficoltà, rifiutò della carne che le era stata offerta. Quando Esther le chiede il perché del suo gesto, Ethel le spiega che il valore della vita sta anche nell’affidarle un senso: “se niente importa, non c’è più niente da salvare“.

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Fonte: www.illibraio.it