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“Una vita da ricostruire”: con Brigitte Riebe la storia di tre sorelle imprenditrici nella Germania del dopoguerra

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Come molte storie di famiglia, anche quella delle sorelle Thalheim inizia da una grande dimora. Una casa non è solo un insieme di mura, di oggetti, è un luogo sicuro dove intrecciamo i primi legami, dove ogni cosa assume un significato più profondo.

C’è un motivo per cui ci affezioniamo tanto al luogo in cui siamo cresciuti, spesso è l’ultimo baluardo di qualcosa che non può più tornare, come la nostra infanzia, o l’ultimo legame con qualcuno che non c’è più. E doverla abbandonare o vedersela strappata è un affronto che lascia una ferita indelebile.

“Ciò che adesso dovevano lasciarsi alle spalle era molto di più di una casa, era un mondo intero”.

Una vita da ricostruire, Brigitte Riebe

Il primo romanzo della trilogia firmata da Brigitte Riebe (in copertina, nella foto di Schelkefotografie, ndr) si apre con i ricordi vividi di una delle protagoniste, Rike, che evocano la Berlino nazista degli anni Trenta. Ogni parola contribuisce a dipingere un affresco gioioso, tra il lusso dei grandi magazzini Thalheim & Weisgerber, le luci che si riflettono tra marmi e grandi vetrate e la sensazione delle stoffe costose sotto le dita che è fonte di orgoglio e sostentamento di questa agiata famiglia di commercianti.

Ma questa dimensione ovattata lascia subito spazio alla realtà, quella del maggio del 1945, quando Berlino si arrende all’Armata rossa sovietica. Tra le macerie di una città distrutta dalla guerra, la villa di famiglia viene requisita, con tutto il dolore di chi si è trovato a fare la Storia senza volerlo. La famiglia è ormai disgregata, le donne sono rimaste sole e la guerra ha distrutto il tanto amato negozio di abiti di sartoria.

Le vite delle “sorelle del Ku’damm” sono rase al suolo, proprio come la città dai bombardamenti. Da qui, dall’ora zero, ci sono solo due alternative: arrendersi alla propria condizione o ricostruire tutto un passo dopo l’altro, come decidono di fare Rike, Silvie e Florentine.

Con quel poco che hanno – forbici e Singer salvate dal sequestro, abiti ricavati da stracci ricuciti e stoffe clandestine, un pizzico di follia e quella vena di creatività e imprenditoria di chi desidera riscattarsi – le tre sorelle si fanno strada nella Germania del dopoguerra.

“’Tutti hanno sofferto e vissuto stenti e privazioni e adesso ne hanno le tasche piene. Ora vogliono vivere, dimenticare quell’orrore.’ […]
‘Ma come facciamo, il nostro negozio è in rovina. Non abbiamo né vetrine né aree di vendita.’
‘E allora? Le creeremo noi, intanto faremo vedere i primi modelli dal vivo, organizzeremo la prima sfilata in tempo di pace. Non sarebbe fantastico? E sai dove la faremo? Proprio lì, in mezzo ai cumuli delle macerie. Metteremo delle assi sui binari per costruire la passerella’”.

Ma questo è solo l’inizio. Perché, un filo dopo l’altro, trama e ordito non confezionano solo abiti sgargianti e alla moda, diventano anche metafora perfetta di come piccole bugie, segreti e antichi rancori danno vita a storie inaspettate, con le quali prima o poi dobbiamo fare i conti.

In questo primo volume della trilogia (Una vita da ricostruire, Fazi, traduzione di Teresa Ciuffoletti e Nicola Vincenzoni), l’autrice racconta emozioni forti, difficoltà di vite spezzate e un orgoglio tutto femminile nel rialzarsi e ricominciare, e lo fa lasciando sullo sfondo un contesto storico difficile e delicato.

Dopo essersi immersi nel romanzo, una piccola appendice ci riporta alla Storia: ripercorrere date, episodi eclatanti come il processo di Norimberga o sprazzi di quotidianità che oggi abbiamo imparato a non dare per scontato, come l’apertura delle scuole, è un vero colpo al cuore.

 

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Fonte: www.illibraio.it