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Vladimir Nabokov: non solo “Lolita”

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Nato nello stesso giorno di William Shakespeare (il 22 aprile, a Pietroburgo; l’anno era il 1889), paragonato per temi e calembours a Marcel Proust (1871-1922) e a James Joyce (1882-1941), conosciuto per un’opera che nel dibattito in cui si inserisce fa dimenticare molto altro della sua produzione, russo di origine e americano di adozione, tanto a livello di cittadinanza quanto di lingua letteraria, Vladimir Vladimirovič Nabokov è uno scrittore impossibile.

Impossibile da tratteggiare, a tal punto che la sua personalità risulta sopra le righe e la sua poetica composita. Impossibile da ridurre a un solo libro (davvero ci faremmo bastare solo Lolita?) e impossibile da collocare: è un cittadino russo o europeo, statunitense o cosmopolita? E ancora: progressista o tradizionalista? Da annoverarsi fra gli autori della letteratura sovietica o di quella americana? Romanziere o critico, scacchista o entomologo, professore o traduttore?

Per conoscerlo, o per lo meno per provare ad abbracciarne le volute del pensiero e le scelte di vita, forse è necessario posare la lente di ingrandimento e imbarcarsi in un’operazione avventurosa, anche se complessa: osservare Nabokov di sbieco, per tasselli, scomponendo la sua cifra stilistica in fattori primi così da scioglierne anche i nodi, per poi interpretare quel che ci si ritrova fra le mani con la stessa delicatezza che si riserverebbe a un oracolo.

Dai calzoni corti alla Cornell University

Fin da bambino, rigorosamente con i calzoni corti addosso, Nabokov era abituato a passare le stagioni in posti diversi del mondo: la sua era una famiglia benestante (il padre era stato tra i fondatori del Partito democratico costituzionale che nel 1917 si oppose alla Rivoluzione), che d’inverno viveva a San Pietroburgo e che nei periodi più miti dell’anno poteva permettersi di spostarsi verso Nizza o Biarritz.

Era piuttosto schivo, sapeva coniugare i verbi in tre lingue (russo, inglese e francese), come non mancava di mostrare nei temi scolastici, ed era un appassionato di fumetti; dal padre aveva inoltre ereditato l’interesse per l’entomologia e per gli scacchi, e si chiudeva spesso in bagno a scrivere versi. Quando alcuni fogli arrivarono fra le mani della poetessa Zinaida Gippius, il padre di Nabokov ricevette il seguente messaggio: “Dica a suo figlio che non sarà mai uno scrittore”.

Ebbene: non solo Vladimir Vladimirovič sarebbe diventato uno scrittore, i cui versi furono inizialmente pubblicati sulla rivista Rul (it. Il Timone), della quale suo padre stesso era il caporedattore, ma furono proprio le sue poesie a conquistare la giovane Vera Slonim, con la quale Nabokov si sposò nel 1925 a Berlino.

Lo scrittore era arrivato in Germania dopo aver vissuto in Crimea e aver studiato in Gran Bretagna, perché restare in patria in aperta opposizione ai bolscevichi non sarebbe stato possibile, e con la moglie si spostò poi negli Stati Uniti nel 1940.

Cinque anni dopo ottenne la cittadinanza, mentre intanto insegnava letteratura russa e scrittura creativa alla Cornell University di Ithaca, dove la moglie lo accompagnava sempre con una pistola nella borsa (quantomeno, a suo dire), per proteggerlo da un eventuale assassinio (sorte toccata al padre dello scrittore nella capitale tedesca nel 1922) e, ipotesi ben più probabile della precedente, per ascoltare di persona le sue lezioni.

I due avevano infatti un rapporto simbiotico – era Vera a ricopiare gli scritti di Nabokov a correggerne le traduzioni, a portarlo fuori città per aiutarlo a concentrarsi e a contattare per lui editori e giornalisti – e anche quando quando la coppia si trasferì a Montreux, in Svizzera, il loro amore (al pari di svariate ricerche entomologiche) accompagnò lo scrittore fino alla sua morte, avvenuta nel 1977. Non avrebbe, quindi, rimesso mai più piede in patria.

I romanzi di Nabokov: non solo Lolita

A che serve soffermarsi tanto sulla vita di Nabokov? A rendere il suo profilo un po’ meno impossibile, innanzitutto e, in secondo luogo, a intuire gli intrecci e i contenuti della sua prosa (in Italia edita da Adelphi): l’emigrazione dalla Russia rivoluzionaria è infatti il tema del suo romanzo d’esordio del 1926, Mašen’ka (Maria), mentre nel successivo Re, donna fante (1928) ritroviamo non solo il linguaggio degli scacchi nel titolo, ma anche una Berlino immaginaria tra i risvolti della trama, oltre al fatto che, nella sua scrittura, si riflette il fenomeno neurologico della sinestesia che caratterizzava la percezione sensoriale dell’autore.

Dopo un’altra storia sugli scacchi veri e propri, La difesa di Lužin (1929), e ancora una su un emigrato russo in Germania dal gusto pirandelliano, intitolata L’occhio (1930), Nabokov nel 1935 scoprì le opere Franz Kafka (1883-1924) perché il suo Invito a una decapitazione venne paragonato ad alcuni racconti dello scrittore boemo. Dopodiché, abbandonò il russo e iniziò a scrivere in inglese, pubblicando negli Usa numerosi racconti e alcuni dei suoi romanzi più celebri e maturi, fra cui Lolita (1959), Fuoco pallido (1962) e Ada o ardore (1969).

Nuclei ricorrenti nei suoi testi diventarono allora il dualismo del reale, l’ossessione per il sesso, il falso perbenismo moralista, il vizio del gioco e le altre derive del mondo americano, raccontate a un passo di distanza da quello scenario con un’ironia sottile e con un’eleganza e creatività linguistica strabiliante, che a lungo hanno reso Nabokov poco accessibile al grande pubblico e quasi venerato dall’intelligenzia, specialmente accademica.

Ada o ardore, Nabokov

Guardare il quadro e non la cornice

Come se non bastassero la sua padronanza dell’inglese e la sua affermazione nel panorama internazionale proprio per via della sua contaminazione con la cultura occidentale, più che per le sue radici russe, un ulteriore livello di complessità nella produzione di Nabokov è dato dal suo contributo alla critica letteraria (fra l’altro in un momento in cui gran parte dei capolavori russi erano tradotti poco e male in inglese, e studiati con ancora meno cognizone di causa).

Quest’ultima, nell’ottica del suo insegnamento all’università, si affinò di anno in anno e portò poi a raccogliere il suo insolito e caustico punto di vista nei volumi Lezioni di letteratura e Lezioni di letteratura russa, il secondo riportato di recente in libreria da Adelphi e a cura di Cinzia De Lotto e di Susanna Zinato, e nel quale Nabokov condivide la sua etica ed estetica della letteratura suggerendo di osservare “il quadro, e non la cornice, e nemmeno quelli che guardano la cornice” (p. 449).

Da una figura tanto intransigente e provocatoria non ci si potrebbero aspettare ritratti e concezioni canoniche della storia della letteratura, e non a caso i suoi appunti metaromanzeschi confermano le aspettative, superandole addirittura per sfrontatezza, lucidità e innovazione. Dalla produzione della sua patria, infatti, Nabokov prende spesso le distanze, individuando in capolavori o in personalità mai messe in discussione delle falle sistematiche.

Lezioni di letteratura russa, Nabokov

Di Fëdor Michajlovič Dostoveskij (1821-1881), per esempio, denuncia la dicotomia Oriente/Occidente basata sul falso mito della pietas ortodossa contrapposta all’Anticristo ormai osannato in Europa e in America, oltre a non trovarne sempre convincenti i suoi personaggi ai limiti della follia. Se parliamo di “genio individuale“, scrive Nabokov, l’autore di Delitto e castigo “non è un grande scrittore, è uno scrittore piuttosto mediocre, con lampi di humour eccellente ma, ahimè, inframmezzato da desolate distese di banalità letterarie” (p. 136).

A scanso di equivoci, comunque, va detto che posizioni in apparenza tanto estreme vengono sempre ponderate e motivate, e che riflettono una prospettiva consapevole ma pur sempre parziale della letteratura russa, rispetto alla quale Nabokov riesce a illustrare con limpidezza e con convinzione i suoi criteri di analisi senza saccenteria. Chiarificatrici al riguardo sono diverse pagine sui dettagli più insondati di Anna Karenina di Lev Nikolaevič Tolstoj (1828-1901), così come un passaggio dedicato ad Anton Pavlovič Čechov (1860-1904), in cui l’autore viene dipinto così:

“Non era un inventore di parole nel senso in cui lo era Gogol’; il suo stile letterario va ai party col vestito di ogni giorno. In tal modo Čechov è un buon esempio da citare quando si cerca di spiegare che uno scrittore può essere un artista perfetto senza essere eccezionalmente brillante nella tecnica verbale o eccezionalmente preoccupato del modo in cui curvano le sue frasi. Quando Turgenev si siede a parlare di un paesaggio, tu noti che è preso dalla piega dei pantaloni della sua frase; accavalla le gambe con un occhio al colore dei calzini. Čechov non ci bada, non perché queste cose non siano importanti (…), ma (…) perché l’invenzione verbale è estranea al suo temperamento” (p. 333).

Un trattamento altrettanto caustico, e probabilmente di succulenta riscoperta per l’Occidente, veniva riservato alla censura e, in senso lato, al rapporto fra potere e letteratura. Gli intellettuali russi, infatti, già nell’Ottocento avevano avuto a che fare da una parte con il governo zarista, “consapevole del fatto che qualsiasi manifestazione notevole e originale (…) costituiva una nota stridente e un passo verso la Rivoluzione” (p. 16), e dall’altra parte erano nelle mani di una critica antigovernativa e utilitaristica, la quale da un autore si aspettava “un messaggio sociale, tutto il resto erano sciocchezze, e dal loro punto di vista un libro valeva solo nella misura in cui era di utilità pratica per il benessere del popolo” (p. 18).

Da relazioni già tanto ambigue avevano preso le mosse i paradossi e le censure del Novecento, con l’evoluzione del fenomeno del samizdat e la repressione nei Gulàg: era un periodo “di scrittori guidati dai decreti governativi”, spiegava Nabokov, “di poeti ispirati dalla polizia politica, del declino della letteratura“, azzardava addirittura. Questo perché “la dittatura è sempre conservatrice in arte, quindi non c’è da meravigliarsi se quegli scrittori russi che non fuggirono dalla Russia produssero un tipo di letteratura che è molto più borghese” (p. 422).

Lezioni di letteratura, Nabokov

Il suo magnetismo privo di orpelli doveva risultare particolarmente calzante per il suo pubblico di studenti e studentesse: “non ricordo che facesse lezione nel senso convenzionale, quale che sia, del termine. Condivideva con noi la sua attività ed esperienza” (p. 447), pare che sostenne uno di loro, a sostegno della fama di Nabokov di incantatore. Spesso, in effetti, chi si avvicinava alle sue lezioni non conosceva quasi niente della Russia e, anche durante il corso dedicato alla letteratura occidentale, si ritrovava con un intellettuale d’eccezione a commentare opere quali Madame Bovary di Gustave Flaubert, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson, Mansfield Park di Jane Austen, Casa desolata di Charles Dickens e La metamorfosiLa strada di Swann e Ulisse, concepiti da tre delle sue penne più lodate.

Dopotutto, la funzione di critico di Nabokov (ancora oggi è molto citato nei corsi di scrittura, oltre che di letteratura) è stata essenziale almeno per due ragioni. La prima consiste nel fatto che ha permesso ai Paesi occidentali di guardare alle loro opere grazie all’occhio allenato ma “estraneo” di un gigante delle lettere, che rimaneva figlio naturale di un immaginario diverso. Così facendo, l’autore insegnava loro “a non dare mai per scontata la propria lingua-letteratura e a guardarla con rinnovato ardore dal di fuori, come esuli contemporanei” (p. 457).

La seconda ragione, invece, è che ha dato modo ai Paesi occidentali di cui sopra di riscoprire la letteratura russa affidandosi a una sua auctoritas, la quale però allo stesso tempo aveva conosciuto l’Europa e gli Usa da vicino, diventandone un vero e proprio cittadino e trovando il linguaggio più adatto per svelare certi enigmi della storia russa ai loro occhi ancora indecifrabili, tenendoci a sottolineare che “nel romanzo russo non cerchiamo l’anima della Russia. Cerchiamo il genio individuale” (p. 27) – e, se ci pensiamo, ai nostri giorni restano pochi i critici russi che hanno trovato all’estero una fama pari a quella di Nabokov, escludendo Michail Michailovič Bachtin (1895-1975), Jurij Michajlovič Lotman (1922-1993) e pochi altri.

La traduzione secondo Nabokov (e una poesia ritrovata)

Come accade per gli scacchi, inoltre, anche la traduzione per Nabokov era un gioco. Serissimo, certo, ma pur sempre un gioco. Solo se considerati in tal senso i suoi saggi estremi, intransigenti e iconoclastici in merito acquisiscono una luce nuova: anziché gettare nell’ombra teorie più accreditate e metodi più oculati sulla trasposizione di un testo da una lingua a un’altra, risultano infatti un contraltare quasi doveroso, piacevole, che nel suo spirito ludico e insieme “pericoloso” ci appare in tutta la sua folgorante originalità.

Oltre che nell’ampio volume Traduzioni pericolose – Scritti (1941-1969), a cura di Chiara Montino ed edito in Italia da Mucchi Editore, un breve (as)saggio sul tema è presente ancora una volta in Lezioni di letteratura russa, nella cui sezione finale ci si imbatte in un intervento di Nabokov lungo una decina di pagine e intitolato L’arte della traduzione. Qui, l’autore si soffermava sul “bizzarro mondo della trasmigrazione verbale” e ne distingueva “tre mali di diverso grado” (p. 411), per poi sostenere che, “escludendo i veri e propri imbroglioni, gli inoffensivi imbecilli e i poeti incapaci, esistono, grosso modo, tre tipi di traduttori” (p. 416).

Al netto delle sue espressioni lisergiche, la struttura del testo sembrerebbe quella canonica di trattati più o meno ampi sul tema, e le distinzioni da lui operate alquanto prevedibili. Eppure, proprio come accade nelle celebri autotraduzioni delle sue opere, c’è in Nabokov un guizzo insolito, una tracotanza legata all’atto traduttivo che si alterna inaspettatamente a una certa modestia (retorica o reale, impossibile stabilirlo con sicurezza), grazie a cui il tentativo di rendere in inglese un verso di Aleksandr Sergeevič Puškin (1799-1837) viene fuori in modo spassoso e brillante, per poi essere lasciato sul più bello… in sospeso.

Vladimir Nabokov

A conti fatti, lo avevamo anticipato, Nabokov è una personalità inafferrabile: si dice che non bevesse vodka (abitudine a dir poco anomala, per un russo), che scrivesse in piedi e sempre a matita, e immaginarlo nell’atto di catturare una farfalla, come lo ha immortalato una foto passata ormai alla storia, non stupisce più dello scoprire che, dopo ottant’anni, uno studioso suo conterraneo di nome Andrej Babikov abbia ritrovato un suo poemetto satirico con allusioni erotiche al personaggio di Superman in una cartella archiviata presso la biblioteca Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’Università di Yale (New Haven, Connecticut).

Il componimento era stato rifiutato nel 1942 da Charles Pearce del New Yorker con le seguenti parole, riportate sul sito di Repubblica: “Caro signor Nabokov, mi spiace informarla che la sua poesia non è stata accettata per la pubblicazione sul New Yorker. Secondo noi, tanti lettori non la capirebbero. E poi, sì, c’è quel problema a metà poesia di cui parlava lei stesso nella sua lettera… Ma non si preoccupi, la stimiamo molto e il suo inglese è straordinariamente buono. Alla prossima”.

La poesia si intitolava The Man of To-morrow’s Lament, è stata adesso pubblicata per la prima volta sul Times Literary Supplement e come io narrante ha proprio il noto supereroe della DC Comics, che passeggiando in un parco nei panni di Clark Kent con la sua Lois Lane riflette sulla sua necessità di portare gli occhiali (“altrimenti / quando la accarezzo con i miei occhi / i suoi polmoni e il suo fegato si vedono troppo chiaramente / pulsano”) e si rende conto di non poter aspirare alla mano della ragazza: “il matrimonio sarebbe un omicidio” da parte sua, perché la sua “esplosione d’amore” rischierebbe di togliere la vita alla “fragile corporatura” della sua sposa (o, se anche la donna sopravvivesse al parto, “quale mostruoso bambino, abbattendo il chirurgo / si precipiterebbe nella città sbalordita?”).

L’opinione di Babikov è che i versi richiamino la copertina del numero 16 di Superman del 1942, la cui battuta di Lois “Oh Clark, non è meraviglioso!?!” in riferimento a una statua dell’uomo d’acciaio è presente con la stessa punteggiatura nell’epilogo della poesia di Nabokov, a riprova del fatto che l’immaginario pop e lo stile aulico hanno sempre convissuto nelle opere dello scrittore insieme a una vena beffarda, attraverso la quale canzonare e denunciare, svelare e occultare l’impressionante doppiezza delle società umane.

Nabokov Superman

Nabokov! Chi era costui? Una chiusura del cerchio

Cosa resta di Nabokov, a conclusione di questo caleidoscopico giro intorno all’ineffabile? Ce lo svela forse più di ogni altra sua pubblicazione Parla ricordo, autobiografia in cui Vladimir Vladimirovič nel 1967 ricostruiva (rigorosamente in inglese) le vicende della sua famiglia e “la mette in piedi analizzando e filtrando il fiotto di sensazioni affioranti dal buio del passato, per poi tosto scompigliarle, de-sentimentalizzarle e, come manciate di petali lanciati al vento”, così da riscrivere “la storia della loro caduta, la forma del loro adagiarsi sul prato“, come scriveva Gemma Gallo su La Voce il 27 marzo 1994, in un articolo intitolato Lolita ci guarda. Un mito che non tramonta.

In altre parole, ci troviamo di fronte a uno scrittore che si è distinto dai suoi connazionali al punto che gli stessi russi non lo considerano un caposaldo della loro letteratura al pari di altri scrittori del ‘900, mentre inevitabilmente la sua produzione non viene annoverata nei canoni della letteratura occidentale strictu sensu. Di fronte a un intellettuale dalla lingua biforcuta e dalla mente brillante, che ha attirato su di sé gli strali di certo perbenismo, suggerendo intanto spunti di riflessione innegabili a chi gli ha concesso il dovuto ascolto.

Vladimir Nabokov, Parla, ricordo

Di fronte a un uomo dal cuore buono e dalla vita semplice, che si è affermato nonostante (o forse grazie a) le tante contraddizioni della sua penna, della sua mentalità, della sua esistenza in tre diversi continenti. E di fronte a un critico e a un traduttore sui generis, tanto citato quanto malinterpretato, tanto letto quanto misconosciuto (lo precede ancora e sempre la fama di Lolita, nel bene o nel male che sia).

Forse, insomma, aveva ragione Michail Aleksandrovič Bakunin (1814-1876) quando diceva che “è ricercando l’impossibile che l’uomo ha sempre realizzato il possibile. Coloro che si sono saggiamente limitati a ciò che appariva loro come possibile, non sono mai avanzati di un solo passo”, o per lo meno l’uomo impossibile che è Vladimir Nabokov sembrerebbe confermarlo pienamente.

 

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Fonte: www.illibraio.it