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Zerocalcare: in “Scheletri” il paradigma del mio fallimento

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Siamo tutti un po’ preoccupati di avere uno scheletro nell’armadio. “Lo teniamo chiuso lì, ci ossessiona come fosse una macchia sulla camicia bianca della nostra vita“, scrive Zerocalcare – pseudonimo di Michele Rech – nel suo nuovo fumetto Scheletri, pubblicato da Bao Publishing.

Il ritorno di uno dei fumettisti più amati d’Italia è diverso da quello a cui i lettori sono abituati: c’è un clima noir che aleggia su Rebibbia, un tocco di splatter e un po’ di mistero.

Siamo sempre a Roma, in uno dei quartieri più complessi, e il personaggio di Calcare ha un grosso scheletro inconfessabile: non riesce ad abbandonare pubblicamente l’università. Per questo si rifugia in un vagone della metro B, da capolinea a capolinea, per tutto il tempo in cui dovrebbe essere ai corsi, così da poter nascondere alla madre e agli amici questo suo grande segreto, questo peso sullo stomaco che lo porta a vomitare mostri ogni giorno, in solitudine.

Ma c’è dell’altro. Lo sfondo in cui si muove il diciottenne Zerocalcare nel nuovo libro è una città che ci viene descritta dalla cronaca fin troppo spesso, tra abusi di sostanze, violenze domestiche e fantasmi lasciati indietro dalla società. Non mancano certamente altre tematiche care all’autore, come il senso di colpa e le occasioni mancate di un’intera generazione.

ilLibraio.it ne ha parlato con l’autore in un’intervista via Skype.

Zerocalcare Scheletri

La copertina di “Scheletri”, ultimo fumetto di Zerocalcare

In questo nuovo fumetto le tematiche presentate sono molte, a differenza di altri suoi libri dove la tematica principale era più corposa e delineata. Qual è la motivazione primaria che l’ha portata a voler raccontare proprio questa storia? Cosa vorrebbe che rimanesse di questo libro alle persone?
“Mi sembra che nel racconto di Roma, ma in generale della realtà, di quello che ci sta intorno, si fa sempre una separazione molto netta tra le cose che vediamo nella cronaca – quello che ci sembra appartenere a un mondo oscuro di brutalità e violenza, lontano da noi – e, invece, il mondo delle persone per bene, che conosciamo, con cui siamo a nostro agio. In realtà, nella mia vita mi sono reso conto che non ho mai avuto questa distinzione netta, mi è sembrato spesso che invece fossero due mondi molto promiscui, che addirittura si sovrapponevano, anche nelle stesse persone, a volte. E questa cosa me la porto appresso da un po’, la difficoltà di leggere il mondo in maniera così binaria. E quindi, non avendo mai raccontato a fumetti questo tipo di tema e di atmosfera, al decimo anno che faccio questo mestiere ho pensato di provare a fare questa roba qua”.

Nei dieci anni di produzione, Zerocalcare ha pubblicato non solo diversi fumetti (per citarne alcuni La profezia dell’armadilloKobane callingUn polpo alla gola Macerie prime, sempre pubblicate da Bao Publishing); è stato protagonista alla mostra Scavare Fossati · Nutrire Coccodrilli al MAXXI di Roma; ha inoltre collaborato con diverse locandine d’impegno politico e sociale, e si è dilettato, durante il periodo di lockdown, con diversi corti animati, diffusi poi sui social e in prima serata tv nel corso di Propaganda Live (La7).

In molte di queste sue produzioni ritroviamo la figura del mostro: un polipo che stringe la gola e personifica il senso di colpa, enormi figure nere che seguono i personaggi come un’ombra e, infine – proprio su Scheletri -, un rigetto composto da occhi, denti e forme spaventose.

Mostri e scheletri. Nella sua ultima storia sono presenti queste figure, che tormentano non solo il personaggio di Zerocalcare, ma tutti. C’è una relazione tra i due? Se sì, qual è?
“Così su due piedi risponderei che li ho creati in maniera istintiva, con quello che mi sentivo in quel momento. Se ci rifletto un secondo, credo che questa distinzione, probabilmente, l’ho fatta legando i mostri a qualcosa che sto vivendo in quel momento e che mi tormenta in quel momento là, mentre gli scheletri sono quello che rimane, magari anche di quei mostri. Che, se non vengono affrontati, a distanza di anni, quello che poi uno se porta appresso, anche se non lo scuote quotidianamente, rimane chiuso in un angolo”.

Zerocalcare scheletri mostri

I mostri rappresentati in “Scheletri”, il nuovo fumetto di Zerocalcare

Molto spesso, anche in passato, ha parlato di questo suo scheletro, l’università. Qual è oggi il suo rapporto con questo argomento? Non solo dal suo punto di vista, ma anche da quello sociale, visto che in questo libro spesso si parla delle occasioni mancate o delle problematiche dei ceti più bassi.
“Per me è una cosa che, evidentemente, non è risolta ancora. È stato il paradigma del mio fallimento, sostanzialmente. Perché poi quel meccanismo che racconto nel libro, cioè il fatto di rendersi conto a un certo punto che una roba non ti riesce, e quindi evitarla senza affrontarla, fino al momento in cui non è più affrontabile – con lo stesso principio di quello che casca dal palazzo e a ogni piano dice ‘Fin qui tutto bene’, ma prima o poi si schianterà – è una cosa ho vissuto tantissime volte”.

E torniamo all’esempio, non casuale, dell’università.
“È stata forse la prima – o forse mi era capitato l’anno prima a scuola – ma sicuramente mi ha messo di fronte a quelle che sono tutte le mie storture caratteriali. Quel fallimento lì, era una cosa che in parte, poi, ho in minima parte sanato col fumetto: riuscire a trovare una mia collocazione in quel mondo. So benissimo che, razionalmente, tante persone che intorno a me hanno fatto l’università non hanno trovato un posto nel mondo, anzi, si sono semplicemente trovate molto più tardi nella mia stessa condizione. Però io comunque c’ho ancora un’idea romantica e progressista dello studio e della cultura, che sta dietro alla mia famiglia. Non è che mia madre voleva che facessi l’università perché pensava che così avrei trovato lavoro. Lei voleva che la frequentassi perché le sembrava che nella formazione di un individuo la cultura fosse importante e, se ne avevi i mezzi, dovevi studiare. Perché era importante questo, al netto delle possibilità di lavoro o meno. Quindi, nonostante le orribili riforme universitarie che ci sono state, e che hanno svuotato tantissimo di senso molte cose, comunque in me ha ancora un ascendente quella cosa là. E, quindi, diciamo che si rinnova il mio fallimento”.

Scheletri Zerocalcare

Tavola estratta da “Scheletri”

“Nella giungla gli animali sono sani. Vivono, muoiono. Fanno quello che devono fare. Invece li hai mai visti gli animali allo zoo? Che impazziscono, girano in tondo, gonfi, macilenti. Che oscillano, nervosi e sedati. Roma non è una giungla. Je piacerebbe. Roma è un cazzo di zoo”. Queste persone che non sono libere, che si ritrovano in delle prigioni. Ma sono prigioni che vengono imposte dall’esterno, dalla società, oppure nascono internamente, siamo noi a imporcele?
“Sicuramente entrambe le cose, da un lato ci sono delle questioni di classe, di possibilità, di emancipazione sociale, che sicuramente per molte persone sono proibitive da tanti punti di vista. Dall’altro, penso che alla fine ci portiamo appresso delle strutture caratteriali. Dentro a Scheletri ci sta il tema delle sostanze, che secondo me a Roma è un tema grosso, legato a come le persone si rovinano. Intorno a me ho un sacco di persone che, senza arrivare necessariamente a morire d’overdose, ma anche solamente a pippà per vent’anni, si ritrovano a essere dei rottami umani. Anche persone che erano molto promettenti, intelligenti… quindi credo ci siano tante cose che ci condizionano: alcune dall’esterno, alcune che ci creiamo da soli. Non penso ci sia una risposta univoca a questo”.

In Scheletri ritroviamo molti personaggi legati al mondo di Zerocalcare, come il migliore amico Secco o l’infoiato Cinghiale, ma ne emergono anche di nuovi, come nel caso di Arloc: il ragazzino, di qualche anno più giovane rispetto al protagonista, è un writer che porta con sé non solo una situazione familiare difficile, ma anche il retaggio della vita vissuta in un area urbana difficile.

Nel suo fumetto c’è un personaggio che usa in maniera inappropriata e sbagliata l’offesa “frocio”, riferendosi a tutti quei comportamenti che non sono propri della figura del maschio alpha. Lo stesso Calcare fa un commento su questo concetto. Che cosa ne pensa, come persona nata negli anni Ottanta, di questo stereotipo? C’è l’impressione che, nella generazione Z, questa idea sia andata molto ad attenuarsi, mentre nei Millennials ha influito molto di più nella crescita delle persone.
“Sicuramente noi siamo cresciuti con quell’idea super radicata di dover essere comunque i capi branco, i duri. Io questa cosa l’ho vissuta male nella misura in cui, evidentemente, non avevo le carte per esserlo; e per molti anni, finché non ho avuto gli strumenti per scardinarla, l’ho vissuta come un complesso. Effettivamente forse è vero che i ragazzini de oggi ce l’hanno di meno, ma credo che il merito derivi da quella cosa che viene tanto vituperata da un sacco di boomers: il fatto di ampliare e diversificare le figure che vengono rappresentate nella cultura popolare e nella narrazione. Se noi pensiamo ai telefilm e ai film degli anni nostri, c’era sempre il maschio bianco protagonista che salvava la situazione. Il fatto di cambiare questo tipo di narrazione, può sembrare una roba forzata e probabilmente lo è, nella misura in cui è vero che nelle writing room dei vari canali e delle produzioni ti dicono ‘questa roba va fatta così’; ma gli effetti sono enormemente positivi per la società. Quindi va bene pure forzarla”.

Secondo lei, come riescono i suoi fumetti ad avvicinare persone molto lontane dalle sue tematiche o dalle realtà di cui parla? Come per esempio il mondo dello spaccio trattato in Scheletri, o la guerra dei curdi in Kobane. È il suo modo di narrare, e quindi avvicinare le persone tramite le cose che conoscono, a quelle che non conoscono, o è semplicemente la forza delle tematiche?
“Allora, intanto penso che il fumetto sia un modo buono per fare questa cosa. Non i miei in particolare, ma in generale il fumetto è un medium che accorcia tanto le distanze tra il lettore, il narratore e l’oggetto della narrazione. Questo per tanti motivi, perché non racconta solo quello che uno vede, ma pure quello che uno sente. Richiede un livello di partecipazione del lettore che è maggiore rispetto a molti altri media, che secondo me si vivono in maniera più passiva. E poi c’è questa cosa che dici te: io cerco di fare sempre un rimando continuo alle esperienze che conosciamo tutti, collettive, in modo che nessuno possa avere la percezione di essere lasciato completamente fuori da un argomento, ma c’è sempre qualcosa che gli parla, qualcosa che lui conosce anche solo a livello di paragone, o di qualcosa che ricorda. Questa cosa secondo me aiuta un po’ l’identificazione”.

Zerocalcare fumetto Scheletri

Zerocalcare e il suo spirito guida, ispirato a Noam Chomsky

Una domanda più attuale: come sta vivendo questo periodo segnato dalla pandemia? Il suo lavoro ne è stato di certo intaccato, sia sul lato firma copie, sia dal punto di vista degli eventi. Come ha affrontato la lontananza fisica dai suoi lettori?
“Istintivamente ammetto di aver pensato ‘che bello c’ho meno accolli‘. In realtà mi rendo conto, però, che la vita da alienato che faccio, tombato dentro casa a lavorare, è sostenibile solo con una roba altrettanto folle e devastante come i tour con ottocentomila ore di disegnetti. Banalmente perché è il momento in cui incontri gli altri, che ti fanno domande… hai un feedback, ti riesci a fare un’idea di chi sono le persone per cui stai disegnando e scrivendo. Se viene a mancare quella parte lì, in realtà questo lavoro è alienante. Non è minimamente comparabile il fatto di fare gli incontri o le dirette streaming, quella è una roba che secondo me è proprio un surrogato che non ti dà nulla di quel calore umano. Quindi, effettivamente, mi sta cominciando a pesare. Anche il fatto che questi firma copie che c’abbiamo adesso sono puri, nel senso che non c’è un momento in cui la gente ti può fare domande o cose così, ce stanno venti persone all’ora prenotate che vengono, c’hanno tre minuti a testa per darti il disegno, tu fai la roba, gli ridai il fumetto, viene sanificato, e arriva quello dopo. Questa cosa qua, da un lato mi fa stare bene con il mio karma, perché mi sembra comunque di star restituendo qualcosa all’universo in termini di sofferenza, ma dall’altro lato, oggettivamente, non mi dà nulla a livello umano”.

Spesso ha parlato del suo avvicinamento al mondo del cartone animato. Durante la quarantena ha tenuto compagnia a molte persone con i suoi cortometraggi su Rebibbia Quarantine. Ci sono novità in arrivo? Ci puoi anticipare qualcosa?
“Allora, non le posso dì, nel senso che sto ancora cercando de capirle. Sono molto contento dell’esperimento fatto in quarantena. Mi avevano detto che era impossibile fare cartoni animati da solo, senza anni di tempo, una squadra di tantissime persone che lavora e milioni di euro. Chiaramente i cartoni miei sono una merda dal punto di vista dell’animazione pura, però mi sembra di essere riuscito a mantenere il linguaggio dei miei fumetti – sia in termini verbali sia grafici – e sembra che quella roba abbia funzionato. È andata molto bene, comunque è finita in televisione, in prima serata, insomma, è una cosa di cui in generale sono proprio contento. Mi pare di esser riuscito a dimostrare qualcosa a me stesso, e a tutti quelli che mi avevano rotto per anni con questa cosa. Vorrei fare qualcosa di meglio adesso… raggiunto quel traguardo lì, vorrei capire come riuscire a trasformarlo in una cosa più figa. Ed è quello che vorrei fare prossimamente, ma prima capendo come…”.

 

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Fonte: www.illibraio.it